The Project Gutenberg EBook of La testa della vipera, by Vittorio Bersezio

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Title: La testa della vipera

Author: Vittorio Bersezio

Release Date: August 28, 2008 [EBook #26452]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA TESTA DELLA VIPERA ***




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                         IL ROMANZO TASCABILE
                       Centesimi 50 ogni volume

                                N. 118



                          VITTORIO BERSEZIO

                        LA TESTA DELLA VIPERA

                            VOLUME UNICO.



                                MILANO
                      SOCIET EDITRICE SONZOGNO
                        Via Pasquirolo N. 14.



                          VITTORIO BERSEZIO

                        LA TESTA DELLA VIPERA




                        LA TESTA DELLA VIPERA

                               ROMANZO
                                  DI
                          VITTORIO BERSEZIO

                             VOLUME UNICO



                                MILANO
                      SOCIET EDITRICE SONZOGNO
                        14--Via Pasquirolo--14

                               _1896._



                        _Propriet letteraria_



          Tip. dello Stab. della Societ Editrice Sonzogno.






LA TESTA DELLA VIPERA




I.


Erano gi le tre del mattino, e i giuocatori, sempre pi accaniti
intorno al tappeto verde, chiedevano nuovi mazzi di carte ai servitori
sonnacchiosi del _club_.

Uno di questi apr l'uscio di quel salotto dall'afa soffocante,
s'inoltr fino al tavolo dei giuocatori, e tocc discretamente sopra
la spalla un uomo di circa quarant'anni, che, anche da seduto,
appariva alto di statura, con un testone tanto fatto, irto di capelli
rossigni tagliati corti che parevano punte di lesina, con ispalle
grosse, rotonde, quasi gibbose.

Quest'uomo si volt bruscamente e saett chi l'aveva tocco di uno
sguardo irritato cogli occh grigi, che, in mezzo a quel faccione,
apparivano piccolissimi, ma luccicavano d'un fuoco maligno.

--Che cosa c'? domand egli ruvidamente.

--Son venuti a cercare di lei da casa sua.

Quell'altro corrug le grosse, fulve sopracciglia.

E senz'altro si volt di nuovo al tappeto verde.

--Scusi, insistette il servo. Dice che  cosa di premura... Quella
donna vuole assolutamente parlarle.

--Donna!...  una donna?

--S, signore.

--Vecchia?

--Non pi giovane.

--Piccola, tozza, rossa in viso?

--Appunto...

--E che cosa ha detto?

--Che aveva da parlarle, che premeva molto che la sentisse subito
subito.

Quell'uomo sbuff contrariato e dispettoso, ma non esit pi; punt le
manaccie villose sulla tavola e si alz collo stento che avrebbe avuto
se la tenace pece lo avesse appiccicato alla seggiola.

--Te ne vai, Lograve? gli domand uno dei giuocatori.

--Un momento. Conservatemi il posto... vengo subito.

Raccolse in fretta le poche monete che aveva innanzi a s, le cacci
in tasca, e col passo pesante segu il servo in una camera attigua.

L stava aspettando una donna quale era stata descritta dal
giuocatore. C'era in essa qualche cosa di sommesso e di impertinente,
di umile e di presuntuoso; l'aspetto d'una serva che fa da padrona.
Vestiva un abitaccio di cotone da pochi soldi al metro e per
difendersi dal freddo di quella notte invernale s'era avvolta in un
mantello impellicciato da mille lire: con un fazzoletto di lana s'era
coperto il capo, e ora, levatoselo in quel caldo ambiente, mostrava
una capigliatura abbondante, nera come ala di corvo, in cui correvano
gi numerosi i fili d'argento. I pochi resti di una bellezza volgare,
contadinesca, sparivano sotto la pinguedine che le faceva enormi le
guancie e sotto una espulsione cutanea che glie le arrossava. Gli
occh, neri come i capelli, avevano un'espressione audace, curiosa,
investigatrice, spiacente. La voce era forte, maschia; le labbra
sottili della bocca troppo grande scoprivano ad ogni momento i denti
bianchissimi e robusti.

Il collo grosso e corto aveva un giro di granate con un fermaglio
rotondo d'oro, grosso come il dito pollice; e le mani tozze, corte,
dalle unghie schiacciate, erano sovraccariche di anelli.

Appena vide entrare il signor Lograve, quella donna esclam:

--Presto, presto, sor Lorenzo... Venga a casa... Sua moglie sta
malissimo.

--Peggio di quando sono uscito?

--Assai peggio.

-- lei che ti manda?

--Oh! no... La non pu nemmen pi parlare. E poi essa non oserebbe...

-- di tuo capo che t' venuta la bella idea, di venirmi a
rintracciare fin qui?

--No, signore:  stato il medico.

--Il medico!... C' il medico in casa mia a quest'ora?

--Sicuro. Jeri sera ha trovato che le cose s'incamminavano troppo male
e ha detto che se la malata peggiorava nella notte lo mandassimo a
chiamare. La monaca mi venne a svegliare verso l'una, che le pareva la
signora dovesse passare da un momento all'altro... Abbiamo mandato pel
dottore, il quale  stato sollecito a venire, e si  stupito molto
vedendo che il padrone di casa non c'era.

Lorenzo croll le grosse spalle per significare che dello stupore del
medico non glie ne importava niente.

--Fra il dottore e la suora me ne hanno dette tante che mi sono decisa
a venire io stessa.

--Perch voi?

--Perch n il servo n il portinajo conoscendo il bell'umoretto di
vossignoria hanno osato prendersi l'incarico.

Una fiamma sal alle guancie di Lorenzo che serr i pugni e fece
all'aria un gesto minaccioso.

--Sciocchi! imbecilli! poltroni! esclam. Sono io il diavolo forse?...
Ebbene, ora che siete venuta, Marianna, riprenderete la vostra strada
e tornerete a casa!

--E voi? domand la donna guardandolo fissamente negli occh.

--Io?... io far come mi piace.

--Ah! Lorenzo! disse la Marianna con una nuova famigliarit. Pensa
bene! Tua moglie muore!

Che cosa dir la gente, se tu non sarai al suo capezzale, se ti si
sapr in quel momento a giuocare in una biscazza?

Il passaggio al _voi_ e poi al _tu_ spiacque evidentemente al Lograve,
il quale si guard ratto d'intorno, pauroso che alcuno potesse aver
udito: ma erano soli. L'uomo dissimul il suo malcontento, e rispose
facendo correre qua e l lo sguardo de' suoi occhietti inquieti:

--A me importa di quel che dir la gente!... Ma pure verr.

--Subito?

--S.

--Con me?

--No, sarebbe villana partire senza una parola ai compagni.
D'altronde ho qualche impegno... Va, va pure; fra dieci minuti sar a
casa.

--Sicuro?

--Sicurissimo.

--Non mancate.

--No.

--E presto...

--Ho gi detto di s, interruppe l'uomo con brusca impazienza.

Marianna si ricopr il capo col fazzoletto, si serr intorno la
persona il mantello che aveva slacciato e lasciato cascare alquanto
dalle spalle, e part senz'altro saluto.

Lorenzo rientr nella stanza del giuoco.

--T'abbiamo conservato il posto; gli dissero i giuocatori additandogli
vuota la seggiola che aveva lasciata poc'anzi.

--Bene!... grazie! rispose Lorenzo sedendosi. Un taglio e me ne
vado... tanto da perdere ancora questi pochi che mi sono rimasti.

E ripose sul tappeto quella manciata di monete che aveva intascate
levandosi di l. Seguit a perdere; giuoc su parola; erano le sette
del mattino quando il giuoco cess e Lorenzo Lograve si alz da quel
tavolo con la perdita delle duemila lire che si era portate in tasca e
di altre cinquemila da pagarsi. Cammin lentamente, quantunque l'aria
frizzante di quel mattino invernale consigliasse ad affrettare il
passo. Apr l'uscio di casa colla chiave ed entr. Tutto era bujo e
silenzio. Senza accendere il lume attravers la stanza d'ingresso,
un'antisala, un salotto e chetamente venne ad affacciarsi all'uscio di
una camera da letto. Le grandi cortine cascavano tutt'intorno al letto
e lo chiudevano alla vista; appiedi era stato posto un tavolino con
elegante tappeto e sopravi un crocifisso fra due candele accese.

Nessuno fiatava, nulla si muoveva; il luogo parve affatto deserto a
Lorenzo che fece alcuni passi innanzi. Allora egli vide alzarsi
dall'inginocchiatojo a destra una donna tutta vestita di nero che
stava pregando. Era la monaca vegliatrice.

--Ebbene? domand Lorenzo con voce bassa e quasi esitante.

La monaca lo guard bene in faccia e gli rispose freddamente:

-- morta!




II.


Quando Marianna era rientrata, il medico le aveva detto che, se il
marito della moribonda tardava una mezz'ora, non l'avrebbe pi trovata
in vita; poi, non essendo pi possibile alcun soccorso per quella
infelice, erasene partito.

La morente pareva assopita: un respiro lieve, ma affrettato, le usciva
dalle labbra assottigliate, aride, livide, semiaperte; le mani
brancicavano con moto macchinale il lenzuolo; le palpebre richiuse
apparivano cos affondate nelle occhiaje che avreste detto non esservi
pi di sotto il bulbo; la fronte libera, dai capelli tirati indietro,
pareva enorme, il viso invece stremenzito non maggiore di quello d'una
bambina. La suora di carit, curva sull'agonizzante, ne bagnava le
tempie e le labbra con un pannolino e recitava le preghiere dei
moribondi.

--Sempre lo stesso? domand Marianna tanto per dire qualche cosa,

--Peggio, rispose la monaca. E il marito verr?

--S.

In quel punto la giacente apr gli occh. Quelle pupille, gi velate
dall'ombra della morte, guardarono vagamente qua e l senza segno di
coscienza, ma incontrando la facciona rossa della Marianna, si
animarono e presero un'espressione di ripugnanza, di rancore insieme e
di paura.

--Via!... via colei! balbett la misera. Non mi ha ancora fatto male
abbastanza?

Marianna si ritrasse vivamente indietro, facendosi nascondere dalle
cortine alla vista della giacente, e intanto susurr alla monaca:

--Il solito delirio... Non riconosce pi le persone a cui essa era
affezionata.

La monaca non disse nulla.

Lo sguardo della moribonda and a porsi sopra una culla che stava
presso la finestra. La coscienza e l'intelligenza tornarono del tutto
in quell'essere vicino ad estinguersi.

--Mio figlio! diss'ella con voce alquanto pi forte. Voglio vederlo.

--Il bambino non  qui, disse la monaca.

--Dov'? dov'? Me l'hanno rapito?

E il capo le si agit sul guanciale, e le mani brancicarono pi
irrequiete sulle coltri.

--Si calmi, cara Luisa, soggiunse la suora; il bambino  di l che
dorme colla nutrice.

--Ah! la balia! susurr la moribonda; so che l'hanno dato alla
balia... Me l'ha portato via la balia.

--No, no, stia tranquilla,  di l; creda alla mia parola.

--Voglio vederlo... voglio vederlo.

S'agit maggiormente; la voce le si era fatta pi forte, un lieve
rossore le sal alle guancie e faceva uno strano contrasto col
giallognolo della fronte.

--Abbia pazienza, disse la monaca, mettendole una pezzuola ghiacciata
sulla fronte; il piccino dorme.

Ma la moribonda s'agitava viepi.

La monaca fu commossa dall'accento di supplicazione disperata con cui
quella poveretta pronunci tali parole; si volt indietro e susurr
alla Marianna nell'ombra:

--Contentiamola, pover'anima!... Faccia portar qui il bambino.

Marianna stette un attimo quasi esitante, poi croll lievemente le
spalle e se ne and senza dir motto.

--Mio figlio!... mio figlio.... continu ad esclamare con voce
gemicolante la morente.

--Verr, verr, le disse la monaca. Sono andati a prenderlo... Si
quieti, a momenti sar qui anche suo marito.

Finalmente l'uscio s'apr, ed entr una balia assonnata, con aria di
cattivo umore, e fra le braccia, serrato nel portabimbi, un fantolino
di pochi giorni che gemicolava ancor esso, quasi alla pari di sua
madre nell'agona.

Gli occh di quest'ultima s'illuminarono d'un lampo di vita. La misera
fece uno sforzo per tirarsi su della persona, per sollevare le braccia
e tenderle al bambino; ma non pot n l'una cosa, n l'altra; il capo
le ripiomb sul cuscino, le braccia sulle coltri.

La monaca prese il bambino dalla nutrice, e venne a porlo sotto gli
occh della madre. Era un bimbo miseruzzo, piccino, piccino, cogli
occh rinchiusi, la pelle tutta grinze, la carnagione gialliccia; e
non cessava quel gemicolo, che rivelava un continuo malessere.

La moribonda balbett con accento d'immenso desiderio:

--Baciarlo!

La suora di carit pose presso le labbra della morente il visino
patito del bimbo.

--Oh, figlio mio! susurr la madre infelice. Lasciarti... in mano
di... O Dio pietoso!... Lo raccomando... Preghi...

Un ultimo sguardo supplicante rivolse alla monaca; le labbra cessarono
di baciare e di parlare; una lieve contrazione corse per tutto il
corpo della poveretta e con un sospiro il capo si reclin sulla
spalla.

La monaca porse il bambino alla balia.

--Prendete, portatelo di l... Questo innocente non ha pi madre!

Marianna fece vedere fra i battenti dell'uscio la sua faccia
rubiconda.

--Finito? domand.

--S! rispose la monaca, la quale con mano pietosa subito richiuse
alla morta gli occh e le labbra, ne adagi il capo sui guanciali,
congiunse le mani sopra le coltri e pose fra esse un crocifisso
mormorando preghiere.

Marianna s'avanz lentamente, quasi riguardosa verso la morta; la
contempl un istante con uno sguardo di espressione difficile a
definirsi, ma non certo di dolore; e poi disse freddamente:

--Ha terminato di patire... Gi, non ha mai goduto di florida
salute... Non avrebbero dovuto maritarla... E neppure suo figlio non
credo che possa vivere...

--Sar quel che Dio vorr, interruppe asciuttamente la monaca.

--Oh! ella ha ragione, cara suora! esclam con accento di untuosa
devozione Marianna. Dio sa meglio di noi quel che ha da fare. D e
toglie la vita, e bisogna rassegnarsi a' suoi santi voleri.

Cambi tono ad un tratto per dire con ostentata indignazione:

--Ma quel sor Lorenzo  proprio imperdonabile... Non essere neppur
venuto a darle un ultimo addio.

La monaca non disse nulla: dispose appi del letto il tavolino col
crocifisso e le candele, accost l'inginocchiatojo e si mise a
pregare.

--Cara suora, ha ella bisogno di qualche cosa? domand Marianna
facendo meglio che poteva la voce dolce e insinuante.

--No, grazie, rispose la monaca senza pure voltare il capo. Star qui
a pregare finch venga la mia compagna a surrogarmi.

--Benissimo... Le sue preghiere sono una carit fiorita per questa
povera anima... Pregherei anch'io molto volentieri qui con lei... ma
sono stanca... Ho vegliato parecchie notti... e per me le emozioni mi
accasciano. Vado a gettarmi sul letto... Oh, non dormir... pregher
anch'io... ma proprio non posso pi star su.

La monaca, colla fronte serrata fra le mani, seguitava a pregare senza
dar retta alle parole di Marianna.

Questa non aggiunse altro e scivol fuori della camera senza rumore;
dieci minuti dopo, essa dormiva sodo, come chi ha l'anima soddisfatta
e tranquilla.




III.


--Morta! ripet Lorenzo fuggendo cogli occhietti grigi e maligni lo
sguardo dritto, levato della suora di carit.

--Da due ore... La vuol vedere?...

E senza aspettare risposta, la monaca sollev uno dei candelieri, tir
in l una delle cortine e fece cadere la luce gialla dalla candela sul
volto della morta.

Una gran placidezza s'era diffusa su quel volto fattosi del colore del
vecchio avorio; ne spirava quel non so che di solenne e di sacro, che
d ai lineamenti umani la morte.

A quella infelice la Provvidenza non aveva concesso l'inestimabile
privilegio della donna che  la bellezza; irregolari i tratti, cinerea
la carnagione, povera la capigliatura, troppo sporgente e a bozze la
fronte, incavate le guancie, meno candidi i denti; un pregio solo: una
grande aria di bont a cui si aggiungeva la timidezza del debole.

--Luisa! esclam Lorenzo facendo un passo verso il letto: ma il suono
di quel nome pronunciato dalla sua voce parve stupirlo, infondergli
non so qual paura. Anche dalla vista di quel placido volto di cadavere
fuggirono i suoi occh irrequieti. Egli chin il capo e mormor piano:

--Morta!... Poveretta!

--Vuol sentire le ultime parole che ella disse?

Lorenzo, sempre guardando in terra, accenn di s col capo.

--Si fece portare il bambino, e baciandolo mormorava: lo raccomando,
lo raccomando...  certamente a lei che voleva raccomandarlo.

Lograve fece sgusciare verso la monaca una ratta guardatura maligna.

--Sono suo padre, disse con voce cupa non ho bisogno che mi venga
raccomandato... E hanno lasciato lei sola qui? s'affrett a
soggiungere per cambiar discorso.

--S.

--Non ist bene.

-- il mio ufficio questo, e non ho bisogno di ajuto n di compagna
per compirlo.

E torn all'inginocchiatojo a pregare. Lograve rimase un momento
esitante, quasi perplesso.

--E... la governante? domand poi abbassando ancora la voce.

--Si  ritirata anch'essa, rispose la monaca senza voltarsi.

Il vedovo and al camino dove ardeva un buon fuoco, sedette e si
diede a fissare le fiamme che danzavano sui tizzi. Regnava il pi
profondo silenzio. La monaca stava immobile sull'inginocchiatojo a
pregare; il marito di quella morta immobile a contemplare il fuoco
acceso. Egli non aveva l'ipocrisa d'una lagrima. Non si poteva dire
che sentisse rimorso; ma un grave fastidio l'occupava; il pensiero
dell'irrevocabile, dell'irrimediabile, gli era come un peso al
cervello. Questo, stanco dalla veglia e dalle emozioni del giuoco,
cadeva di quando in quando in una specie di vaneggiamento in cui le
idee si confondevano scambiandosi in imagini spropositate, come
quelle dei sogni, e, pur rimanendo sveglio, perdeva la percezione
esatta delle cose e del tempo.

A un punto uno dei tizzi, a met consumato dalla fiamma, cadde e
rotol gi dal focolare: Lorenzo si riscosse, prese affrettatamente le
molle, raggiust la legna, e sbadatamente si mise a battere sui tizzi;
ma in quel silenzio di morte il rumore prodotto gli parve enorme,
scandaloso. Egli si drizz in piedi, depose pianamente le molle,
guard di sfuggita verso il letto, e con passo guardingo usc dalla
camera.

Lungo il corridojo, a capo del quale era la sua camera, Lorenzo pass
dinanzi ad un uscio e si ferm esitante: un forte russare venne ad
avvertirlo che la Marianna ci dormiva profondamente. Fece un atto
quasi di dispetto, e continu la sua strada. Giunto nella sua camera,
vi si rinchiuse, accese una lampada, poich il giorno non era
abbastanza chiaro, e passeggi un poco su e gi, colle braccia
incrociate, il capo chino, pi curve del solito le spalle grosse. Poi
sent un gran freddo invaderlo con un malessere di tutta la persona.

Spense il lume, si butt sul letto vestito come era, e si avvoltol
ben bene nella coperta imbottita. La stanchezza della veglia lo
opprimeva, il calore a grado gli rianimava il sangue, gli parve di
potersi addormentare anche lui, e se ne rallegr tutto. Chiuse gli
occh, stette immobile e aspett con intenso desiderio questo sonno
benefico.

Ma no, ch'esso non venne. Tornavano invece le imagini strane; prima
senza senso, senza nesso, spropositate, confuse; quindi a poco a poco
pi nette e precise; le imagini di tutto il suo passato, che si posero
a sfilargli innanzi alla mente, insistenti alcune, le pi spiacevoli
ribelli alla sua volont, che si sforzava a scacciare lontano.

Ed ecco qual era il suo passato.




IV.


Figliuolo d'un uomo che doveva dirsi il fiore degli egoisti e di una
donna dalla testa leggiera e dalla condotta compagna, egli era nato
cogli amori d'un prodigo e le passioni d'un libertino. Suo padre lo
trattava come un cane, ed egli odi suo padre; conobbe presto le
sregolatezze della madre, ed egli disprezz sua madre. Dovette
assistere a scene terribili, ignobili, fra genitori, che gli tolsero
per essi ogni rispetto e riguardo. Il padre non aveva che un mezzo per
tenerlo sommesso e disciplinato: il rigore, e ne abusava. Il
giovinetto conobbe tutti i generi di punizione che un padre senza
cuore possa infliggere a un figliuolo recalcitrante.

La madre un bel d scapp di casa con non so quale avventuriere, e la
rabbia, la vergogna del marito abbandonato si convertirono in
altrettanta maggiore persecuzione verso il figliuolo. Questi pens
ancora egli pi volte di sottrarsi colla fuga ad un'esistenza divenuta
insopportabile; ma dove andare? e come vivere?

A quattordici anni credette poter procurarsi un mezzo di scampo. Un
suo compagno di scuola, pi vecchio di lui, gli parl del giuoco:
Lorenzo riusc a rubare uno scudo dal taschino del panciotto di suo
padre, a letto addormentato, e si fece condurre in una bisca.
Guadagn, e il suo guadagno subito consum in luoghi sconci, per
tornare a casa ad ora indebita, senza pi un soldo e ubbriaco.
Furibonda fu la collera del padre, e degni di essa gli effetti.
Lorenzo, schiaffeggiato, cacciato a calci nello stambugio che gli
serviva da camera, vi doveva rimanere prigione una settimana a pane ed
acqua. Usc di l pi invelenito, e con nel sangue gi violente le
destatesi passioni del giuoco e della dissolutezza.

In quel tempo entr in casa come governante una giovane donna, fresca,
grassoccia, colla volgare bellezza d'una florida salute, colle
grossolane attrattive d'una carnosa robustezza, ed in breve fu la
padrona. Era la Marianna.

Lorenzo cominci per odiarla; ma la donna, o avesse veramente
compassione di quel maltrattato, o per accorta previdenza volesse
prepararsi la continuazione del dominio in quella casa, anche dopo la
morte dell'attuale padrone, si fece la protettrice del giovinetto.
Dell'autorit che aveva saputo acquistare sul padre di Lorenzo, si
giov per mitigare i feroci umori verso il figlio; molte punizioni
riusc a diminuirgli o anche a risparmiargli affatto; molte colpe di
lui seppe nascondere e nello stesso tempo valse a fornire il
borsellino vuoto del giovane perch potesse a suo modo divertirsi.
Fece anche peggio con infame cedevolezza, per tenere a s legati e
padre e figliuolo; e insomma riusc a dominare l'uno e l'altro e a
spadroneggiare in quella casa in tutto e per tutto.

Quando il padre mor, le cose non cambiarono per Marianna; anzi furono
meglio ancora. Sul giovane Lorenzo quella furba, corrotta donna, aveva
saputo acquistare un influsso anche maggiore.

Violento di carattere, maligno di cuore, Lorenzo, imperioso,
sofistico; grossolana la donna, avevano pure non di rado furiose
contese; ma appetto a lei pi tenace, pi verbosa, pi acre, che
sapeva di lui tutto il brutto, ne conosceva a fondo l'anima ed era
abilissima a rinfacciare, accusare, minacciare, egli finiva per cedere
e col tempo s'era lasciato investire da una specie di suggezione, che
pareva riconoscere nella donna una superiorit.

Inoltre la Marianna, toltasi in mano, fin da quando viveva il padre di
Lorenzo non solo il governo della casa, ma tutta l'amministrazione del
patrimonio, erasi fatta poco meno che indispensabile al giovane che
amava trovarsi ogni cosa accomodata a dovere, e denari in pronto a
ogni occasione senza aversi da prendere il menomo fastidio.

N era poco abile e poco zelante l'accorta femmina a procurare il
proprio guadagno: tanto che, maneggiando essa e capitali e fondi e
redditi, ogni anno riusciva a mettere in disparte, come cosa sua, un
buon numero di migliaja di lire, e in capo a due lustri aveva
investito in titoli del debito pubblico e in depositi bancar pi di
cinquantamila lire. Ma mentre venivano cos aumentandosi le sostanze
della governante, scemavano rapidamente quelle del padrone, da lui
sperperate al giuoco, nei bagordi, nel soddisfacimento delle sue
passioni e dei suoi viz. Era sempre la Marianna che provvedeva ai
bisogni di lui, accattando denari di qua e di l, e specialmente da s
stessa.

Quando Lorenzo contava gi trentacinque anni ed era quasi del tutto
rovinato, la fortuna venne a porgergli occasione di rifarsi merc un
matrimonio.

A prender moglie egli non ci aveva mai pensato; e se vi avesse
pensato, si sarebbe affrettato a fargliene smettere l'idea la
Marianna, la quale a niun patto avrebbe tollerato l'ingresso in casa
d'un'altra donna.

Ma ci fu una fanciulla cos disgraziata da far nascere in Marianna
medesima il disegno di darla in moglie al padrone. Era figliuola unica
d'un usurajo ignobile e spilorcio, cui tutti disprezzavano e che tutti
disprezzava, vivendo isolato nel sudiciume d'una stamberga. La misera
Luisa era venuta su stentata, rinchiusa fra quelle mefitiche mura,
senz'aria, senza sole, mal nutrita, mal riparata dal freddo
dell'inverno, oppressa dall'afa nei calori della state. Appena se il
padre le aveva fatto imparare a leggere e scrivere, mandandola da
certe monache, le quali, oltre il rosario e un ricco repertorio di
giaculatorie, nulla sapevano insegnare.

Della vita, la poveretta non conobbe mai nulla, del mondo non pot
vedere che le quattro pareti della triste casa paterna, un umido
cortiletto, e il convento e il tratto di strada che conduceva alla
chiesa, e la chiesa dove il padre la traeva, estate e inverno, ad
assistere alla prima messa.

In casa, naturalmente, a fare le pi umili come le pi faticose
bisogne, non c'era altra persona che lei.

Marianna cominci ad aver attinenza coll'usurajo, cercando accatti pel
suo padrone.

Al vecchio gufo torn gradevole la vivace grossolanit di quella
paffuta e rubiconda comare; si stabil a poco a poco fra quei due una
certa famigliarit; la governante di Lorenzo fu la sola creatura umana
che il padre di Luisa ammettesse in casa per altro che per affari.

Ed ecco che un bel giorno, un tiro secco di colpo rap l'usurajo alla
figliuola e agli accumulati e nascosti tesori, senza che egli, il
quale rifuggiva sempre con orrore dal pensiero della morte, avesse, in
alcun modo, provvisto alle cose sue.

La figliuola, unica erede, essendo gi maggiore di et, entr subito
in possesso delle sostanze paterne, e, inesperta, ignorante di tutto
com'era, trovossi pi imbarazzata d'un pulcino nella stoppa. Ma c'era
l la Marianna, e la povera fanciulla ringrazi la Provvidenza che le
avesse procurato un s valevole ajuto a trarla d'impiccio.

Quando la governante del Lograve ebbe veduto a quale vistosa ricchezza
ammontasse la eredit lasciata dall'usurajo, prov invincibile la
tentazione di metterci le mani dentro, e il mezzo pi facile e pi
sicuro per ci vide subito esser quello di far sposare Luisa da
Lorenzo. La fanciulla era una scempietta che non avrebbe mai avuto una
volont sua, che di certo avrebbe subto dalla Marianna quella
tiranna che fin allora aveva sofferto da suo padre. Luisa poi aveva
ancora agli occh della governante un altro merito: era brutta.

Lorenzo dapprima si rifiut energicamente a tal disegno, ma l'ostinata
donna, tanto pi stimolata a spuntarla, fin per vincere, e nulla
valse a salvare la povera Luisa dal suo triste destino.

Da principio per ella non ebbe a dolersene: le parve anzi di non
essere mai stata cos bene: aveva cessato di fare la servaccia e
godeva di alcuni agi e vantaggi della ricchezza, cui la spilorcera
del padre non le aveva lasciato conoscere mai. Suo marito di certo non
le inspirava nessun tenero affetto e nemmeno fiducia e stima; e il
carattere violento di Lorenzo, che con tanta frequenza diventava
bestiale, riusc a incuterle una tremenda paura. Per un po' di tempo
la Marianna ebbe verso Luisa un'apparenza di protezione e difesa, ma
fu proprio breve quel tempo, perch la serva-padrona ben presto prese
in uggia quel mostricciuolo di donna, che, in fin dei conti, altro non
erale che un impaccio e una seccatura.

Allora fu una gara fra due anime malvagie a chi pi tormentasse quella
debole, impotente creatura abbandonata in loro bala; cos bene, che
le miserie, i rabbuffi, gli stenti ch'ella aveva dovuto soffrire sotto
la tiranna paterna parvero a Luisa un nonnulla appetto alle
sragionate violenze del marito, alle perfide persecuzioni della
governante.

Dopo cinque anni di matrimonio, ecco avverarsi un inaspettato
avvenimento che rialz l'animo accasciato della poveretta, le diede
una energa di cui nemmeno essa si sarebbe creduta capace: ella stava
per essere madre!

Fu una rivelazione per quella derelitta, cui nessuno aveva ancora
amata, che fin allora non aveva amato nessuno mai. La sua facolt
affettiva, inerte, si dest a un tratto e di subito forte e risoluta.
In quell'essere ancora ignoto che la Provvidenza le mandava si
concentr per lei la ragione di vivere, tutto il bene possibile sulla
terra, una luce divina che rischiarava meravigliose mai pi sognate
plaghe nell'avvenire. Se essa poteva soffrire rassegnata ogni sopruso,
ogni travaglio, non voleva, non doveva permettere che una sorte
uguale, accogliesse nel mondo quella creaturina che Dio le affidava;
era suo obbligo prepararle pi soffice il nido, pi mite l'aurora, per
cos dire, pi sereno il cielo. Di qui nuovi e maggiori contrasti col
marito e la governante. La notizia della prossima maternit di Luisa
era stata accolta da Lorenzo colla sgarbata indifferenza del suo
cinico egoismo, da Marianna con nuovo dispetto e un accrescimento di
malevolenza. Ogni giorno avevano luogo scene violente, disgustose,
vergognose fra quei due tristi e la loro vittima, la quale ora trovava
un coraggio non avuto mai per difendere in s stessa il figliuolo
nascituro; ma ognuna di quelle scene portava via, per cos dire, parte
della vita alla povera donna, gi cos debole e cagionevole, di modo
che quando giunse il momento del parto, l'infelice era affatto
stremata di forze. Ella avrebbe voluto allattare il bambino essa
stessa, ma il medico la persuase che ci era impossibile; avrebb'ella
voluto che la nutrice stesse in casa, per aver essa sempre seco suo
figlio; ma questo la Marianna non voleva tollerare, e il marito lo
neg assolutamente. In una cosa sola vinse il desiderio di Luisa;
nella scelta del padrino.

Dei congiunti che gli rimanevano, Lorenzo Lograve non aveva conservato
relazione con alcuno, fuorch con un cugino di secondo grado, Emilio
Danzno, ricco industriale, che da qualche tempo aveva rinunciato a
fabbricare quei panni che lo avevano arricchito per godersi in pace
gli agi onestamente acquistati e le dolcezze della famiglia. Nelle
rare visite che si facevano, Luisa ammir la tenerezza fiduciosa e
concorde che aveva luogo fra i conjugi Danzno e l'amore, l'attenzione
di entrambi per un loro figliuoletto che, quand'ella si sentiva madre,
contava appena tre anni o poco pi. Un simile amore la poveretta
sapeva pur troppo che suo figlio non lo avrebbe trovato nel padre, e
pens che quel galantuomo di Danzno sarebbe stato un difensore, un
ajuto al nascituro.

Fu la sola contentezza che Luisa ebbe il vedere accettati per padrino
e madrina i conjugi Danzno.

Ma non fu solamente contentezza, fu trasporto, ebbrezza, delirio di
felicit quello che la povera donna prov, quando la levatrice le ebbe
posto fra le braccia un fantolino che piagnucolava con appena udibil
voce.

Egli era grosso come un ranocchio, magro, schiacciato il viso, nero di
carnagione, tutto rughe la pelle; eppure all'estasiata madre parve la
bellezza di un angioletto sceso per lei dal paradiso.

Ella aveva sofferto di molto, e dolori morali e tormenti fisici; ma
tutti furono obliati, o meglio benedetti, poich le avevano procurato
tanto bene, tanta gioja, tanto rapimento.

Il medico diceva che di molte cure aveva bisogno la puerpera: ma che
grazie allo zelo di chi la vegliava avrebbe potuto essere salva anche
la vita della madre. Gi da un paese montanino era arrivata una balia
tanto fatta che poteva dirsi il ritratto della prosperit; e la
giovane madre se n'era tutta rallegrata.

A Lorenzo la nuova paternit non aveva prodotto grande entusiasmo di
gioja; egli guardava con occhio fra dispettoso e mortificato quel
scimiottino, e lo mortificavano viepi i sogghigni, le irone, i
compatimenti della Marianna.

Luisa dapprima era stata un po' gelosa della balia, ma poi, visto che
essa dimostrava molto affetto al bambino, e che questi suggeva con
cos avida soddisfazione l'alimento da quel turgido seno, le aveva
posto subito un gran bene, e avrebbe fatto non so che cosa per
contentarla. La balia mostr un gran desiderio di avere un orologio, e
Luisa, staccato dal capoletto il suo, glie lo diede.

A sera, Lorenzo rincasando irritatissimo per una vistosa perdita al
giuoco, eccitato dai fumi del vino e dei liquori, pass nella camera
della moglie, e il suo occhio grifagno vide che l'orologio mancava dal
suo solito posto. Ne chiese, e udito del regalo fattone alla balia,
scoppi senz'altro in una di quelle sue tremende collere che gi
agghiacciavano di terrore la poveretta quando era in salute.

L'ammalata fu assalita da una violenta febbre, e quella sera medesima
il medico la giudic in pericolo.

Due giorni dopo essa era morta.




V.


Tutte queste cose passavano e ripassavano per la mente di Lorenzo;
finch pur finalmente venne un greve sopore che lo tolse a quella
penosa fantasmagora. Fu destato da una mano, che, senza troppa
precauzione, gli si pos sulla spalla. Apr gli occh e vide ritta
presso al letto la Marianna.

--Che cosa c'?

--C' Danzno.

--Ebbene, che m'importa?

--Vuole parlarti.

--Ditegli che dormo, che mi riposo... che sono occupato.

--No;  meglio che tu lo veda subito e te ne liberi... Egli ha parlato
colla monaca... Chi sa che cosa la gli avr detto... Sai che pedante
egli ... Si faranno delle ciancie in casa sua... Va, mostrati
afflitto, accasciato...

Lorenzo esit un momentino; parve che non gli piacesse troppo aver da
fare col cugino: ma poi, con subita risoluzione, si gett gi dal
letto.

--Dov'? chiese.

-- nella camera di... della morta.

--Ah! non col, sclam vivamente il vedovo. Fatelo passare nel
salotto.

Emilio Danzno era un vero galantuomo che aveva poca amicizia e niuna
stima pel cugino Lograve, ma che aveva sentito sempre, dacch l'aveva
conosciuta, molta compassione per la moglie di lui; e questa era stata
la cagione che aveva fatto accettare a lui e a sua moglie di tenere al
battesimo il neonato di Luisa. Quella mattina, venuto a prendere le
nuove dell'inferma, egli trov la monaca sola a pregare presso la
morta. Dalla monaca seppe come, e con che parole, la poveretta fosse
spirata.

--Povera donna! mormor guardando con profonda piet quel cadavere:
poi chiese di vedere il cugino Lorenzo.

Questi, seguendo i consigli di Marianna, comparve con un aspetto
accasciato, accolse con un brontolo, che voleva essere un
ringraziamento, le condoglianze, e sospir, asciug sulle ciglia delle
lagrime ipotetiche e preg il cugino di assumersi tutte le incombenze
che occorrevano per quella luttuosa circostanza, per le quali
mancavano a lui il coraggio e la mente. Danzno, interessandosi della
salute del figlioccio, consigli al vedovo padre di mandarlo subito
nelle pi sane aure del paese montanino della balia: e il consiglio fu
premurosamente accolto perch corrispondeva affatto ai desider e alla
convenienza di Lorenzo e della governante.

Il bambino fu lasciato col tre anni, n il padre lo avrebbe ancora
ripreso con s, dove il Danzno non avesse insistito per farglielo
ritirare in casa.

Il piccino, cos miseruzzo com'era nascendo, non aveva di molto
prosperato, ma aveva pur fatto il miracolo di vivere, superando le
varie crisi dell'et infantile. Se la sua venuta in casa fu poco
gradita al padre, uggiosa alla governante, riusc una disgrazia per
lui, il quale dalla vita libera, in sano ambiente, circondato dalla
schietta benevolenza di quella famiglia montanina, pass nell'aere
rinchiuso d'una casa cittadina, dove nessuno gli voleva bene, dove
anzi il padre impaziente lo allontanava da s con violenti rabbuffi, e
Marianna non faceva che rimproverarlo, castigarlo, e sovente ancora
picchiarlo di santa ragione.

Qualche volta il padrino otteneva che il piccino venisse a passare la
giornata in casa sua; ma ci non tanto sovente quanto i Danzno
avrebbero voluto, perch Marianna, temendo che il ragazzo, malgrado le
minacciose intimazioni fattegli, raccontasse e i mali trattamenti suoi
e le scene burrascose che cos frequenti avevano luogo in casa,
contrastava pi che potesse a tali visite. Nella casa del padrino il
figliuolo di Luisa trovava un ambiente tutto bont, pace, ilarit ed
affetto. I conjugi s'amavano, e ambedue idolatravano i loro figli che
crescevano avendo pei genitori quella devozione, quel rispetto, quella
stima che veramente si meritavano. Due erano questi figli, un maschio
ed una femmina: quello aveva tre anni di pi del Lograve; la bambina
invece ne contava cinque di meno, e fratello e sorella si volevano
pure un bene da non si dire. Si sarebbe creduto che quelle giornate
passate nella famiglia del padrino riuscissero un diletto, un
godimento pel piccolo Emilio; e invece cos non era: perch a misura
ch'egli avanzava in et, si manifestava e cresceva in lui uno dei pi
brutti viz, e pi inspiratori di malvagit: l'invidia. Quel
disgraziato, della madre non aveva pure la bont dell'anima, ma
soltanto la bruttezza del corpo; dal padre aveva attinto la tristizia
dell'umore e del carattere; sottoposto alle sfuriate paterne, alle
continue persecuzioni della Marianna, egli ci aveva aggiunto la
dissimulazione e l'ipocrisa.

I cuginetti erano belli, sani, ben vestiti, accarezzati, regalati
d'ogni ragionevole divertimento, sempre lieti e concordi, e
paragonando a loro s stesso, infermiccio, sgraziato, male in arnese,
maltrattato, ignorante, ineducato, goffo, Emilio Lograve si struggeva
d'un'invidia tanto pi amara quanto pi dissimulata.

Per l'istruzione d'Emilio fu ancora il Danzno che decise il
malconsigliato padre a fare qualche cosa: e siccome tanto a Lorenzo
quanto alla Marianna andava a versi di togliersi quell'imbarazzo dai
piedi, all'et di dieci anni il figliuolo di Luigia fu cacciato in
collegio.

Il soggiorno in questo fu ad Emilio poco meno ingrato di quello della
casa paterna. I ragazzi sono abilissimi ad intuire il carattere di
coloro con cui convivono, ed Emilio fu presto conosciuto per maligno,
invidioso, mettimale ed ipocrita: e fu da tutti i compagni mal visto.
Debole e odiato: si pu facilmente comprendere a quante malizie,
avane, tribolazioni e scherni egli fosse fatto segno. La sua triste
indole si intrist viepi, rispose all'odio coll'odio; maled la sua
debolezza, agogn di acquistarsi una forza qualunque da potere
ripagare il male col male. Il caso venne un giorno a rivelargli che la
sua debolezza poteva giovarsi d'una abilit per superare in altrui
anche la forza fisica.

Fra quelli che gli mostravano maggior malevolenza e disprezzo era
principale uno dei pi grandi, robusto, coraggioso, bello e in ogni
cosa distinto. Emilio l'odiava e lo invidiava accanitamente; aveva
cercato di nuocergli, rivelando ai superiori qualche colpa
disciplinare di lui, e il giovanetto se n'era vendicato a misura di
carbone con famosi carpicci senza parsimonia.

Un giorno, in una passeggiata fatta sulla collina da tutti i
collegiali, sbandatisi questi a proprio talento, Emilio Lograve, che
non aveva mai amici, che non si piaceva della compagna di nessuno e
di cui nessuno amava la compagna, si trov solo in alto d'un poggio
rivestito di boscaglia, di mezzo alla quale scorgevasi il fondo della
vallata corrente al di sotto, lontano, un centinajo di metri. In
questo fondo della valle stava la maggior parte dei compagni
giuocando.

Fra tutti eminente il pi destro, il pi forte, sempre vincitore,
Alberto Nori, quegli cui Emilio odiava pi intensamente d'ogni altro.
Ad Emilio venne una malvagia inspirazione: poter colpire da lontano,
senza esser veduto, quel capo orgoglioso! Si ricord di Davide e
Gola: duello in cui la abilit del giovanetto aveva vinto la forza
del gigante: scelse l per terra un sasso tondeggiante, grosso come un
uovo, lo pose nel fazzoletto di cui si serv come una fionda, e
fattolo girare due o tre volte per aria, lo scagli in direzione del
detestato compagno. L'occhio e la mano furono giusti: il giovanotto
colpito cascava in terra, sanguinosa la fronte, smarriti i sensi.
Emilio, ratto, s'era nascosto nella boscaglia, felice e glorioso seco
stesso del suo bel colpo. Quel sasso parve a tutti i presenti piovuto
dal cielo; invano guardarono di qua e di l per iscoprire da qual mano
fosse stato tratto; nessuno si vide, nulla si mosse. Coll'aria pi
innocente del mondo Emilio raggiunse i compagni e simul con arte
perfettissima la pi reale meraviglia e la pi sincera indignazione.

Il ferito, lavatagli con acqua fresca la fronte, presto rinvenne, e
fasciatogli come si pot meglio il capo, si sent abbastanza in forze
da potere tornare a piedi in collegio, dove per dovette rimanere un
po' di giorni in infermeria.

Emilio gongolava nel suo segreto. Di quella scopertasi abilit si
piacque coll'esercizio ad accrescere la perfezione; e in breve divenne
s esperto, che colla fionda e colla mano, a quella distanza a cui le
sue forze potessero far giungere il sasso, egli era sicurissimo di
colpire qualunque menomo oggetto preso di mira.

La civilt, pensava Emilio, ha voluto rendere terribile anche la
debolezza di chi ha l'occhio giusto, la mano ferma, l'anima risoluta e
il cuore saldo, colla invenzione delle armi. Quando io abbia in mano
una pistola, non temer pi i muscoli d'acciajo di nessun Ercole o
Sansone.

In quel collegio si davano lezioni di scherma cui pochi degli allievi,
e con poca buona voglia, seguitavano; Emilio fu ad esse assiduissimo e
attentissimo. Piccolo, magro, sottile, ma vivacissimo, ratto, agile
nelle mosse, con occhio acuto, pronto e giusto, egli divenne presto
abilissimo schermitore, cui mancava la forza per durare a lungo, ma
una destrezza impareggiabile dava una sicura superiorit nel primo
assalto.

A sedici anni Emilio usc dal collegio pi cattivo assai di prima, pi
invidioso dei beni altrui, pi irritato delle proprie condizioni, ma
pi dissimulatore, e avendo al servizio de' suoi od e rancori una
malizia pi raffinata, una malvagit profonda, una volont pi ferma.




VI.


A casa, per Emilio, ricominci una vita uggiosa al pari, se non pi,
di quella che aveva vissuta prima di entrare in collegio. Il padre,
molto invecchiato, non tanto per gli anni, quanto per la vita sempre
peggio disordinata, era di umore pi intrattabile che mai: la
Marianna, vecchia anch'essa, diventata un'enorme massa di carne, pi
padrona di prima, comandava a bacchetta, faceva colla sua avarizia e
col rigore il tormento della servit, avvicendava le eterne querele e
le strapazzate alla cuoca e al domestico, colle periodiche baruffe, di
cui impiacevolivano la loro convivenza padrone e governante.

Emilio fu tenuto come uno schiavo, senza mai uno svago, sempre senza
un soldo in tasca: vestito cos miseramente, che se ne vergognava in
mezzo ai compagni di universit, dove studiava medicina. Aveva provato
a dire le sue ragioni al padre, e questi lo aveva irosamente respinto;
aveva supplicato e n'era stato schernito, aveva osato alzar la voce, e
bench adulto, ne aveva ricevuto quelle umilianti correzioni manuali
di cui si era tanto abusato verso di lui fanciullo. Scese pi basso
nella sua degradazione di carattere: si diede ad accarezzare, adulare
quella Marianna che in cuore odiava pi di tutti al mondo; e qualche
cosa ne ottenne: un complice silenzio per un'ora d'assenza dalla casa,
una scusa per un tardo ritorno, e qualche liretta di quando in quando
datagli di soppiatto del padre. Di questi denari vilmente strappati
all'avarizia della governante, egli si serviva in un modo solo; nelle
sale di scherma e nei tiri a segno, cui frequentava assai pi
zelantemente che non le aule universitarie. Non gli dispiacevano
tuttavia gli stud intrapresi, e principalmente le esercitazioni
anatomiche. Gli era con una specie di volutt ch'egli col bisturi si
metteva a tagliare in un corpo umano, stesogli davanti nella sua
rigidit di cadavere, e ne scrutava i visceri e i giuochi meccanici
dell'organismo, e le fonti di quella vita che s'era spenta, e le
cagioni di quella morte che lo dava insensibile alla sua curiosit
inesperta. Con pi acre senso di curiosit desiosa assisteva alle
operazioni chirurgiche: tagliare nelle carni vive, farne zampillare il
sangue, vedere fremere i muscoli, contrarsi le fibre, spasimare tutto
l'essere del paziente, era uno spettacolo che lo attirava, lo
affascinava.

Nella casa del padrino capitava di rado. Col non trovava che nuovi
motivi da inasprire la sua invidia. Il signor Danzno era giunto ad
et matura, ma godeva di florida salute, procurata dalla savia
regolarit della, vita, che gli conservava il buon umore, l'amenit
delle maniere e l'affettuosit, di cui era un esemplare inarrivabile
sua moglie. Cesare, il primogenito, presso ormai a terminare il corso
d'ingegnera, erasi fatto giovane, bello, elegante, vivace quanto era
stato bambino leggiadro ed amabile, e chiunque rimaneva ammaliato
dalle graziette di Matilde, vero bocciuolo di splendida rosa. Cesare
era d'umor gajo, espansivo, impressionabile, facile a prendere da
altrui idee, tendenze, abitudini, volont; Matilde, invece,
riflessiva, lasciava scorgere nella gentilezza, che mai non la
abbandonava, un'anima forte, un criterio sano e robusto. Il figliuolo
di Lorenzo nelle sue visite ai Danzno mostravasi umile, devoto,
strisciante, pieno di riconoscenza: il padrino, la moglie di lui e
Cesare ci credevano; poco o nulla Matilde, la quale provava una
istintiva ripugnanza per la figura, le maniere, le ostentazioni
d'umilt e di devozione del cugino.

Fattosi abilissimo nel maneggio delle armi, Emilio Lograve desiderava
ora l'occasione di provare in solenne maniera questa sua abilit: e
l'occasione venne. Fra i compagni d'universit egli non s'era fatto
amare meglio che dai convittori del collegio: onde non gli mancavano
n le dimostrazioni di malevolenza e di disistima, n gli scherni e le
umiliazioni. Emilio decise di pigliare, al primo insulto, tale
vendetta che levasse per sempre altrui la voglia di ritentare la
prova. Si era nella sala delle esercitazioni anatomiche, e uno di
quelli che pi l'avevano in uggia, gli fece uno sgarbo; Lograve
espresse il suo risentimento con vivaci, oltraggiose parole; ne nacque
un diverbio nel quale, trovandosi ben presto soverchiato
dall'avversario per robustezza di polmoni e per felicit di ingiurie,
il nostro gli grid:

--Vuoi finirla? o ch'io ti tappo quella boccaccia...

--Ah, s? esclam l'altro beffando. Vorrei veder come!

--Cos! disse Emilio, e scaravent in faccia al compagno una grossa
spugna che serviva a lavare le tavole di marmo, tutta inzuppata di
acqua sanguigna e di marciume.

Lo colpi in pieno viso, sporcandogli di quel sozzo umore occh, naso,
bocca e i panni. Il giovane, mezzo acciecato, mand una grossa
bestemmia, e mentre badava in tutta fretta a ripulirsi sputando,
sternutando, purgandosi, gridava con voce soffocata dalla rabbia:

--Ah! porco! ah cane d'un cane!... Aspetta, aspetta, che ora ti
schiaccio come una cimice.

E appena ripulitosi un poco, fece per slanciarsi contro Lograve:
questi, freddo freddo, teneva impugnato il coltello anatomico, e gli
grid con l'accento di una risoluzione irremovibile:

--Se tu mi vieni addosso, ti pianto questa lama nel cuore, com' vero
il sole!

Tutti i presenti capirono ch'egli avrebbe fatto quello che diceva: e
gettatisi in mezzo, trattennero il furibondo che urlava:

--Ah, mostricciuolo infame, caricatura di scimiotto, me la pagherai,
mi darai soddisfazione.

--Quanto e come e dove e quando vorrai, e ti so dir io che avrai
finito di fare il gradasso e insultare la gente.

I compagni intromessisi trassero via di l lo sbuffante giovane: e
Lograve pens subito a procurarsi due padrini che lo assistessero nel
duello dall'avversario minacciato e da lui desiderato. Uno lo scelse
fra i condiscepoli, l'altro volle che fosse il cugino Cesare, al quale
piacevagli far conoscere la sua abilit nelle armi, la sua freddezza
nel pericolo, la sicurezza della sua vendetta. Ai suoi rappresentanti
egli commise di accettare qualunque arma fosse proposta, volle gli
promettessero che quando troppo leggiere fossero le condizioni dello
scontro dagli avversar messe innanzi, essi le avrebbero rese pi
severe, essendo sua ferma intenzione di non fare una ridicola mostra,
ma di compiere cosa seria e di gravi conseguenze. Fu scelta la pistola
da tiro; la distanza quindici passi; alla sorte chi avrebbe tirato il
primo; tanti colpi quanti fosse piaciuto ai combattenti.

La mattina dello scontro, nel recarsi al convegno e l sul terreno,
Cesare Danzno, che non aveva mai preso parte a simili avventure, era
assai turbato; turbati pure apparivano gli altri padrini, e
turbatissimo l'avversario, giovane allegro, a cui la vita sorrideva, e
che trovava doloroso l'arrischiarla cos scioccamente per qualche
imprudente malignit.

Egli veniva a studiare da un paesello della provincia dove stava
aspettandolo una famiglia, che fondava in lui le sue speranze, un
padre ormai vecchio, una madre che lo idolatrava; e il pensiero che
poteva rimaner morto l adesso, e non pi rivedere la casa nata,
nessuno de' suoi cari, gli stringeva il cuore, gli affannava il
respiro, gli faceva tremare i nervi, gli metteva sulle guancie un
pallore mortale. Emilio Lograve, colla sua solita carnagione di
morticino, non mostrava la menoma alterazione in viso, aveva una
mirabile sicurezza di atti, di voce, di parole, ed aveva lui, a sua
volta, uno scherno sprezzatore nel sogghigno e nello sguardo. La sorte
favor l'avversario di Emilio col vantaggio di sparare il primo. Posti
di fronte i duellanti e dato il segnale, Emilio non sent neppure il
fischio della palla, cos pass essa lontana dalle orecchie di lui.
Fissando bene in volto l'avversario ed abbassando lentamente la
pistola, Lograve disse con accento pieno di sarcasmo:

--Lo schifoso mostricciuolo, caricatura di scimiotto, ha la tua vita
nelle mani... e te la regala. Mi contenter di bucarti il cappello due
dita al di sopra della testa.

Spar, e il cappello del giovane rotol per terra. I padrini che lo
raccattarono, mentre il padrone di esso rimaneva come sbalordito,
videro con meraviglia come la palla avesse colpito esattamente al
punto che il tiratore aveva detto.

--E ora, disse Emilio con superbo disdegno, se al signore piace,
ricominciamo pure.

Tutti d'accordo i padrini determinarono che non si aveva da continuare
altrimenti. Emilio fece un lieve cenno di saluto col capo, e
s'allontan fieramente, senza volere stringere la mano all'avversario.

Di quel duello se ne fece un gran discorrere nella universit e per
tutta la citt. Il giovane Lograve fu d'allora temuto, rispettato, non
pi amato di prima. In casa Danzno, di quel fatto il padre ne fu
assai dispiacente, e ne mosse severe rampogne a Cesare, il quale non
nascondeva la sua ammirazione pel cugino; al figlioccio pure egli
espresse la sua disapprovazione; ma Emilio con tanta umilt seppe
rispondere che, fatto segno a continui dispregi, aveva resistito e
tollerato fino che aveva potuto, lasciando persino offendere la sua
dignit personale, ma che, giunte le cose a tal punto che il tacere
pi oltre sarebbe stato vilt, egli aveva sentito che doveva a s
stesso e a' suoi congiunti medesimi di farsi rispettare, che il
padrino fin per dargli ragione. Matilde non partecipava gli
entusiasmi del fratello per quel sornione del cugino; ella scuoteva il
suo bel capo riccioluto e non trovava che quello di sapere ammazzare
freddamente altrui fosse un merito da compensare tutti i difetti
fisici e morali ch'essa credeva notare in Emilio. La sorella di Cesare
contava allora quindici anni ed erasi fatta ormai una giovinetta pi
bella ancora e piacente di quanto fosse stata da bambina: era di una
mitezza d'animo e di una bont di cuore davvero straordinarie: non
poteva vedere a soffrire nessuno, avrebbe voluto sollevare ogni
dolore, cambiare a tutti in gioja il tormento, avesse dovuto assumersi
essa quest'ultimo: aborriva necessariamente i prepotenti, i crudeli, i
maligni, i superbi.




VII.


Emilio contava ventidue anni e aveva preso la laurea in medicina.
Frequentava con bastevole diligenza l'ospedale a cui era stato addetto
assistente, ma con pi assiduit sempre le sale d'armi e i tiri a
segno, viveva sceverato da ogni godimento, tenuto a corto com'era
dalla malavoglia paterna.

I soccorsi scarsi che con umiliante insistenza egli riusciva a
strappare alla Marianna, non bastavano a gran pezza e si rodeva
maledettamente nel paragonarsi a' suoi coetanei e sopratutto al cugino
Cesare, fattosi uno dei giovani pi eleganti, il quale godeva i
vantaggi che in societ si danno alla ricchezza.

Ah! questa s era una potenza; questa una forza nel mondo: e quando
egli potesse averla, oh come ne avrebbe saputo trarre profitto!
Qualche cosa del nonno materno, egli l'aveva intesa: era un avaro,
usurajo, e di certo aveva lasciato morendo un vistoso patrimonio.
Sapeva pure che il padre aveva giuocato e giuocava, ma non era
possibile che avesse consumato s grossa parte, che ne dovesse
rimanere a lui la povert: dei capitali ci dovevano essere ancora, fra
i quali e lui non istava di mezzo che la vita del padre, d'un padre
che lo aveva sempre maltrattato, che l'aveva sempre odiato e odiava n
celava il suo odio, e cui egli non amava, come non poteva stimare. Ah!
no certo ei non avrebbe mosso un dito perch quella vita si troncasse,
ma se il caso avvenisse!... Egli pensava senza ripugnanza a siffatto
caso: domandava alle cognizioni mediche acquistate di chiarirlo se e
quando quel caso potesse avverarsi, e scrutava nella faccia del padre
i segni del progresso di un male interno, che in realt ne minacciava
i giorni.

La tumefazione delle guancie, l'impaccio della parola, l'accasciamento
della persona, la incertezza del passo, rivelavano una lenta paralisi
cerebrale, che poteva di colpo avere una fatale risoluzione.

Lorenzo s'accorgeva di questo affissarlo del figliuolo, per quanto i
falsi occh di lui sfuggissero ratti, appena quelli paterni facessero
a incontrarli, e se ne irritava, quasi indovinandone il segreto
motivo.

--Che cos' che mi guardi con quel tuo occhio di serpe? gli gridava
incollerito. Hai paura che io stia troppo bene?

Emilio non rispondeva; arrossiva un poco e si allontanava a capo
basso.

Pensava:

--Una buona cura dietetica, un cambiamento assoluto di vita, qualche
rivulsivo varrebbero ad allontanare il pericolo. Guarirlo,
impossibile; ma prolungargli resistenza chi sa per quanti anni, s...
Ma egli non mi crederebbe, n mi darebbe retta, farebbe peggio... 
lui che sel vuole... Ciascuno  padrone della sua vita... Faccia a suo
senno.

Una notte Lorenzo Lograve torn a casa con passo pi vacillante del
solito, gli occh pieni di sangue, la lingua grossa, le labbra livide.
Secondo il solito, nessuno lo aspettava; giunse nella sua camera
inciampando nei mobili, urtando colle spalle nelle pareti e negli
stipiti; si spogli a stento con mano quasi convulsa, strappando quasi
i bottoni, lacerando i panni, e quando fece per salire sul letto,
ruzzol e diede un tonfo per terra. Marianna che dormiva nella camera
vicina, svegli Emilio che le venisse in ajuto. Quando ebbero tirato
su e coricato in letto il caduto, che rantolava sempre senza dar segno
di cognizione, il giovane medico si accorse subito della gravit delle
condizioni di suo padre. Un'orgia maggiore e pi prolungata,
l'emozione del giuoco, fatta pi violenta dalla vistosa entit delle
perdite, avevano prodotto quell'insulto apoplettico, che il figlio gi
da tempo aveva preveduto.

La vecchia Marianna si affannava intorno all'infermo, fregandolo,
scuotendolo, coprendolo di pannicelli caldi; inumidendogli di acqua e
aceto fronte e labbra, lamentandosi, invocando santi e madonne,
chiamandolo disperatamente per nome.

--Sor Lorenzo, dica che cosa ha?... Non mi sente! Non mi vede?... O
Dio buono! Santa Madonna del Carmine, non l'ho mai visto in questo
stato!

E, dimenticando, nello spavento di quell'istante, le forme rispettose
ch'egli pretendeva da lei in presenza d'altri, anche del figlio, si
lasci scappar detto:

--Rispondimi, Lorenzo... non lasciarmi in tanta inquietudine.

S'accorse in quella della presenza di Emilio e del sogghigno
mefistofelico cui gli metteva sulle labbra quella famigliarit della
vecchia serva verso suo padre.

--E tu che fai? gli disse con ira: non sei buono che a star l
impalato?...  pur inutile che tu abbia studiato da medico, se non hai
nemmeno appreso a soccorrere tuo padre.

Il giovane la guard freddamente.

--N io, n altri ha mezzo da soccorrerlo... Non c' nulla da fare.

--Come, nulla da fare?... Credi che il male passer da s?

--No; credo che non passer pi.

--Non passer pi?... Vuoi dire?...

--Ch'egli  condannato.

--E lo dici con quella calma!... Ma gli  che non sai quello che
dici... Sei un ignorantaccio con tutto il tuo studio... Io, s, io so
quello che gli far bene.

E sollecita and ad un armadio e ne tolse una bottiglia di rum.

--Gli volete dare di quella roba?

--S, un bicchierino lo rinvigorir... L'ho gi visto altre volte.

Emilio croll le spalle e la lasci fare.

Marianna, riempito a mezzo un bicchierino di quel liquore, sollev il
capo del giacente col braccio sinistro e mettendogli colla mano destra
il bicchierino alle labbra, gli disse con tono di incoraggiamento e di
preghiera:

--Suvvia, sor Lorenzo, beva questo... Le far bene... Le ha fatto
sempre bene!

E si adoper a mandargli gi in gola il rum.

Lorenzo diede uno scossone, mand un grugnito, fece un moto convulso
come per respingere da s qualche cosa che lo soffocasse, e giacque
pi inerte di prima.

Allora Marianna cominci a persuaderai che il caso era pi serio di
quel che avesse creduto.

--Ci vuole un medico... Presto un medico... Giacch tu vali quanto un
ceppo... va almeno in cerca d'un dottore... Ma fa presto!...
Spicciati!... Santa Madonna!... E sta l grullo come se si trattasse
di un passerotto e non di suo padre.

Emilio non disse nulla: gir sui tacchi, and a finire di vestirsi, e
usc con tutta calma. Prima ch'egli fosse di ritorno era passata
un'ora, che parve un secolo alla Marianna, e in cui l'infermo, sempre
pi assopito, cess a poco a poco di gemicolare rantolando solamente
in molto penosa maniera.

Il medico sopraggiunto non pot che ripetere quanto gi Emilio aveva
detto: che non v'era nulla da far pi e soggiunse che a momenti
l'infermo sarebbe entrato in agona. La Marianna si mise a strillare
disperatamente, cacciandosi le mani nei capelli.

Il medico si volse ad Emilio.

--Qualche ora fa si sarebbe dovuto liberargli il ventricolo con un
buon vomitivo. Forse avrebbe ancora potuto riaversi.

Emilio chin gli occh.

--S, certo, disse tranquillamente,  quello che penso ancor io... Ma
quando fui chiamato era gi troppo tardi.

Tutte le grida e la disperazione della Marianna non valsero a
trattenere un minuto di pi in questo mondo lo spirito di Lorenzo
Lograve: e sul far del giorno, in quel letto, dove avevano coricato
l'ebbro giuocatore, non c'era pi che un cadavere.

Una sola persona ne accompagn la bara al cimitero: la vecchia
Marianna.

I Danzno padre e figlio, udita appena la notizia della morte di
Lorenzo, erano accorsi presso l'orfano figliuolo, e avevano voluto
condurselo con s, per torlo alla dolorosa vista delle funebri
cerimonie. Avevano trovato Emilio immerso in una tacita cupezza quasi
distratta che parve loro un profondo accoramento. Nessun argomento, n
preghiera aveva potuto smuoverlo dal proposito di non abbandonare la
casa. Nel momento, cos terribile, quando si  perduta una persona
cara, del trasporto del cadavere, Cesare venne per sollevare colla sua
compagna all'orbato figliuolo la crudelt di quell'eterno distacco;
ma Emilio avevagli detto, con una risolutezza da sconsigliare ogni
replica, che preferiva esser solo, che ne aveva bisogno; e il cugino
se n'era andato ammirando quel figliuolo dall'animo cos forte, la
potenza di un tanto dolore per un padre che sempre lo aveva
maltrattato. Emilio, rinchiusosi solo in casa, mentre Marianna, tutta
in lagrime, accompagnava sino al cimitero la salma del padrone, prese
le chiavi di suo padre ed esamin accuratamente i forzieri, la
scrivana, i cassettoni, i mobili tutti della camera del morto, in cui
vedevasi ancora disfatto il letto. A mano a mano ch'egli procedeva in
questo esame, il suo viso giallognolo prendeva un'espressione sempre
crescente di disappunto, di rabbia, da ultimo quasi di furore. Strinse
i pugni, minacci nell'aria qualche persona lontana, bestemmi; poi a
un tratto con passo risoluto and nella camera di Marianna. L'uscio
n'era chiuso a chiave. Emilio stette un momento esitante colla mano
sulla gruccia della serratura; pensava se gli convenisse scassinare
quella porta. Si risolvette pel no: torn in camera sua a capo basso,
ma colla impronta dei pi nequitosi propositi nei contratti lineamenti
del viso.

Passarono due giorni, in cui Emilio sfugg accuratamente la presenza
di Marianna; il che gli fu facile, perch anche la donna da parte sua
non aveva una gran voglia di trovarsi con lui. La mattina del terzo
giorno dopo i funerali del padre, Emilio con qualche pretesto mand
fuor di casa la persona di servizio e rimase solo nel quartiere con
Marianna: dalla soglia della sua camera egli chiam forte la vecchia,
la quale, o non udisse o non volesse udire, non si fece viva. Il
giovane ripet la chiamata con tal voce e una bestemmia che la donna,
atterrita, si affrett a venir fuori.

--Che cosa c'? domand con qualche apprensione.

--Venite qui, rispose burbero l'erede di Lorenzo, ch abbiamo da
discorrere.

Marianna col passo pesante s'avvi lenta e di mala voglia verso la
camera del giovane. Questi la fece entrare, e dietro lei chiuse
l'uscio; la qual cosa non piacque di molto alla donna, che guard
inquieta tutt'intorno, come cercando un'altra uscita da potere
scappare: ma non ce n'era.

Emilio entr subito in argomento.

--Ho visitato cassa, scrigno, canterani, scrivana e non ho trovato n
carte di valore, n crediti, n denari, s invece delle obbigazioni di
debiti, delle note da pagare. Parte dei beni  venduta; i restanti
sono gravati da ipoteche... L'eredit paterna, per me, invece della
ricchezza, non mi porterebbe che fastid e penuria.

Marianna fece una faccia compunta, e con voce che voleva parere
afflitta e commossa, rispose:

--Ah, caro il mio ragazzo, so troppo bene che tuo padre...

Ma Emilio la interruppe bruscamente.

--Io non sono il vostro ragazzo, e non permetto pi che mi trattiate
col tu.

La vecchia si confuse, balbett:

--Scusate... scusi... Sono cos affezionata alla famiglia... da tanto
tempo!... Lei l'ho visto a nascere.

Ed egli, troncandole di nuovo la parola con un malvagio sogghigno:

--E, grazie a Dio, con me non ci avete le vergognose ragioni
d'intimit che aveste col nonno e col babbo.

Marianna volle parlare, ma non seppe che cosa dire; apr la bocca e la
richiuse senza mandare un suono; chin la faccia pi confusa che mai.

Emilio riprese:

--Mentre le sostanze di mio padre si assottigliavano, s'accrescevano
le vostre... di voi che siete entrata in questa casa povera e nuda
come un verme. Voi avete un cassetto ripieno di cartelle del debito
pubblico, di azioni della Banca Nazionale, di obbligazioni
ferroviarie...

--Che buga! sclam Marianna, ritrovando il coraggio di rialzare il
capo e di riprendere un po' di petulanza.

--Lo so di sicuro, afferm recisamente il giovane. Conosco il cambista
da cui vi fate pagare gl'interessi, e potrei dirvi la cifra a cui
ammontano.

Marianna cap che era una lotta, che le bisognava difendersi e
rientrava sempre pi nella sua petulanza.

--Ebbene, e con ci che volete dire? Se vostro padre ha sciupato il
suo, e io con risparm, con privazioni, ho saputo mettere in serbo
quel poco che mi sono guadagnato co' miei santi sudori...

--Lasciamo stare i sudori, interruppe malignamente Emilio, ch, se ce
ne furono, non si possono dir santi... Il vero  che tutto guanto voi
possedete l'avete rubato al patrimonio che doveva esser mio...

La vecchia mand un grido indignato di protesta.

--Rubato!... O Santa Madonna della Consolata! Che osate dir mai?
Rubato! Ma io non tollero...

--Stai zitta! grid minacciosamente il giovane. E lasciami dire in tua
malora, vecchia strega!

--O Dio buono!... O Santa Vergine dei dolori!... O santi tutti del
paradiso! esclam Marianna levando le mani al cielo. Cosa mai ho da
sentire?... Come ho da essere trattata!... E da voi, che ho sempre
difeso contro vostro padre, che ho sovvenuto tante volte de' miei
denari...

--Che!... Erano denari di mio padre e quindi miei... Ma non perdiamoci
in ciancie... Date ben retta: ora son io il padrone; e quello che 
mio lo voglio, capite?... tutto lo voglio!

Marianna lo guard spaventata.

--Che cosa volete dire?... In fede mia, non vi capisco... Cosa volete
dire?

--Che voi mi darete la chiave di quel cassetto dove tenete rinchiusi i
valori rubati perch io possa andare a prendermeli senz'altro.

La donna si pose la mano sulla tasca, quasi a ripararvi quella chiave
che portava sempre con s, e ritornata in tutto il suo coraggio per
difendere la ricchezza con tanto e s lungo studio acquistata, disse
risoluta e sprezzante:

--Voi siete matto, sor Emilio; e questo  proprio un perderci in
inutili ciancie.

E senz'altro volt la grossa persona verso la porta per andarsene
dalla stanza.

Emilio d'un balzo le fu innanzi, la respinse brutalmente indietro e
chiuse la serratura dell'uscio a doppia mandata.

--Voi non uscirete, disse con una freddezza pi minacciosa della
collera, non uscirete prima di avermi dato quella chiave.

--Mai! esclam essa, vacillante tuttavia per la spietata violenza
ricevuta.

Egli lev dalla serratura la chiave dell'uscio, e se la mise in tasca.

--La vedremo! disse colla medesima freddezza.

Marianna fu presa da un accesso di furore; si slanci colle mani
levate verso il giovane, come per graffiargli il viso, per
istrappargliene gli occh.

--Lasciatemi uscire! grid. Voglio uscire... aprite quell'uscio!

Emilio l'afferr ai due polsi, e stringendoli con tutta la sua forza
le abbass le mani, poi chinando verso di lei la faccia scialba, la
guard con tali occh pieni di ferocia da incutere paura a
chicchessa.

E la vecchia ebbe paura.

--Usereste violenza? balbett con voce tremante.

E lui facendo piombare viepi minaccioso quel suo sguardo di belva
negli occh smarriti di lei, rispose con voce cupa, concentrata,
feroce:

--S!

E dopo averla scossa violentemente per le braccia, la rigett in l,
s che la misera and a cadere mezzo sbalordita sopra una seggiola.

--O Vergine santissima!... O Madonna del Carmine! gemicolava la
vecchia coprendosi con le mani gli occh per non vedere la faccia
spaventosa del padrone. Ma questo sarebbe un assassinio!... Tanto
varrebbe togliermi addirittura la vita... S, un assassinio!... Ma lei
non  capace d'un s gran delitto... No, non  possibile... Lei mi
vuol far paura...

Guard di sottecchi: vide lui, sempre con quella freddezza di
carnefice che la guardava con occhio cattivo.

--Ma c' una giustizia... Ricorrer alla giustizia.

--Benone!... E io le dir, alla giustizia, che quei valori, voi li
avete sottratti all'eredit di mio padre... Vi buscherete la condanna
alla reclusione per giunta.

Marianna si raumili.

--No, no, voi non farete s gran torto a una povera donna, che da
trent'anni serve la vostra famiglia...

--E la ruba!

La vecchia si diede a piangere, a supplicare: tutto quanto essa
possedeva, lo avrebbe lasciato, morendo, a lui, Emilio; e gi, la non
poteva mica vivere pi lungamente; la lasciasse dunque finire in pace
que' pochi giorni che le rimanevano; e scongiuri e proteste e
promesse; e poi di nuovo invettive e ingiurie e minaccie. Il giovane,
sempre pallido in faccia, coi lineamenti tirati, con un cinico
sogghigno sulle labbra, con quel tristo bagliore negli occh feroci,
la lasci dire e dire: e poi freddo freddo, facendo un passo verso di
lei, sempre accasciata sulla seggiola, e tendendole aperta la mano
destra:

--Ne abbiamo gi fatte troppe parole, disse;  tempo di finirla... Qui
la chiave!

Marianna torn alla rivolta.

--No, no! url essa. Mi toglierete prima la vita.

E fattasi pavonazza in volto, gli occh lampeggianti, digrignando i
denti, la schiuma alla bocca, si slanci di nuovo contro Emilio,
gridando:

--Apritemi... aprite quella porta... Voglio uscire, lo voglio!

Egli la respinse con un forte pugno nel petto.

--Non vuoi darmela quella chiave?... Ebbene, io ne far senza.

E approfittando dello sbalordimento prodotto nella vecchia dal colpo
ricevuto, egli fu all'uscio, lo apr in tutta fretta, e stava per
isgusciar fuori. Marianna accorse, s'aggrapp a lui, lo strinse, lo
graffi, lo morse, soffiando, gemendo, imprecando, gridando; fu
un'ignobile lotta, che l'uomo fin per vincere, liberandosi dalla
stretta di quella furia e ricacciandola vivamente entro la stanza. La
vecchia and a cadere lunga e distesa sul pavimento, e il giovane,
uscito sollecito, la rinchiuse dentro a giro di chiave.

Marianna rimase un poco immobile, mezzo svenuta, poi, risensando di
colpo e pensando a quello che poteva succedere nella sua camera, sorse
con impeto, si gett contro l'uscio percotendolo, tentando staccarne
la serratura, gridando ajuto, soccorso, piangendo, bestemmiando,
arrovesciandosi le unghie, scorticandosi le mani, poi stracciandosi i
capelli nella disperazione della sua impotenza. Nessuno accorse alle
sue grida, ai suoi clamori: e, stanca, senza pi voce, senza forze, la
meschina dovette, dopo forse un'ora e pi, acchetarsi, divorata dalla
rabbia, dall'odio, dalla paura. Dopo quella prima di furore, di
spasimo, di tormentosa angoscia, passarono altre ore, che la
disgraziata non seppe numerare, che le parvero eterne, ma che furono
penosissime tutte, e vennero frangendola, macerandola, limandone la
vita. Nella sua testa era un tumulto. Che cosa fare per salvare la sua
roba? Correre subito a denunciare il latrocinio al procuratore del re?
Ma se Emilio accusasse lei a sua volta? Ben sapeva essa come tutti
l'odiassero e in casa e fuori di casa; quanti avevano avuto e avevano
attinenza colla famiglia sarebbero stati testimon a carico di lei. Ma
si sarebbe vendicata, anzi ricattata. Oh! se Emilio avesse osato!...
Avrebbe trovato ben essa il modo di fargliela pagare: accarezz senza
orrore anche l'idea d'un delitto... Ma no, Emilio non avrebbe osato;
egli aveva voluto spaventarla, sarebbe tornato ad assalirla, a
minacciarla, ma essa non avrebbe ceduto a nessun patto. E intanto,
appena avesse potuto uscire, ella avrebbe portato fuori di casa i
titoli, li avrebbe affidati all'agente di cambio, depositati presso
una banca, posti in qualsiasi modo al sicuro. L'importante, il
necessario, l'urgente era di uscire di l... Uscire, uscire!... Il
giorno passava e non si veniva a liberarla; si prov a chiamare di
nuovo all'uscio, ma le sue mani non avevano pi forza: ricascava,
accasciata, sempre pi smarrita d'animo.

Sopravvenne la notte; l'oscurit si fece tormentosamente paurosa per
quella disgraziata che nelle tenebre credeva vedere, udire terribili
fantasmi e voci, e sentiva l'anima sempre pi gravata da un'indicibile
oppressura. La realt, anche la peggiore, parevale da preferirsi a
quello stato d'angoscia nell'oscurit e nel silenzio che la
circondavano. Mancavale il respiro, la testa le tenzonava, dicevasi
con ispavento: Io sto per morire qua sola come un cane. A un tratto
ud lo scricchiolo della chiave nella serratura e il rumore dei
battenti dell'uscio che venivano spalancati: non vide nessuno, nessuno
le parl.

Volle alzarsi di scatto e correre alla porta, ma le forze le
mancarono. Sorse a stento, cammin trascinandosi: la pinguedine le
pesava ora come una cappa di piombo. And a tastoni fuor della camera;
entr a tastoni nella sua; colle mani tese innanzi si diresse verso il
cassettone, ci arriv, lo tocc tremando; il cassetto era aperto, e le
mani frementi affondatevi trovarono il vuoto. La disgraziata non ebbe
nemmeno pi la forza di mandare un grido; non fu che un gemito ad
uscire dalle sue labbra. Un tonfo sordo per terra annunzi che la
infelice era caduta lunga e distesa. Due giorni dopo sotterravano
anche lei, morta d'un colpo apoplettico.

Emilio Lograve, diventato ricco ad un tratto, mostr di saper godere
dei suoi denari senza sciuparli e senza lasciarsene mangiare.
Abbandon l'alloggio paterno, e prese un allegro quartierino in una
delle pi belle case della parte pi nuova ed elegante della citt; lo
arred con gusto senza eccedere nello sfarzo. Si provvide di due
cavalli che potevano servire da tiro e da sella, frequent feste,
conviti e teatri. Ebbe numerosi duelli nei quali diede sempre prova
della sua invincibile superiorit nel trattare le armi; fu temuto e
quindi rispettato in societ: non ebbe amici e non ne cerc; dal
cugino Cesare in fuori, sul quale conservava e anzi veniva accrescendo
quell'autorit, quell'influenza che gli aveva posto addosso fin dalle
prime prove del suo coraggioso sangue freddo nel pericolo e della sua
abilit di armeggiatore. Una sola casa frequentava Emilio, ed era
quella dei Danzno. Al padrino erano dispiaciuti e dispiacevano i
diportamenti da accattabrighe del figlioccio; e severamente aveva
rimbrottato Cesare che in quasi tutti gli scontri era stato testimonio
e padrino di Emilio; ma questi sapeva trovare s speciose ragioni per
difendere s stesso e scusare il cugino, che il vecchio Danzno finiva
per tacersi, non persuaso, ma vinto.

--La natura, diceva il giovane Lograve, non ha voluto darmi nessun
vantaggio nel mondo; non mi ha fatto bello, n potente per nascita,
neppur forte di muscoli; mi ha fatto per essere zimbello e vittima di
tutti, se io non sapessi col coraggio e coll'ingegno difendermi. Nella
vita mondana ha pur luogo una lotta nella quale colui che ha la
debolezza della pecora  divorato dal lupo, che  il dileggio, il
ridicolo e il disprezzo. Preferirebbe lei, caro padrino, di vedermi il
bersaglio dei motti arguti dei bellimbusti, pascolo alla malignit
delle signore? Quando sar bene accertato, ben conosciuto da tutti,
che un epigramma sulla mia trista figura, o sulla fama di mio nonno, o
sulla vita di mio padre, frutta una buona palla di pistola, o due dita
di lama in qualche parte del corpo, io sar sicuro di poter presentare
la mia brutta faccia in mezzo alle pi belle signore, ai crocch pi
eleganti, senza ch'essa susciti pure una smorfia... Quanto a Cesare,
egli fa anzi tutto opera da buon amico e da buon parente,
assistendomi, mi presta un gran servizio curando coi pi delicati
riguardi l'interesse del mio onore, e pu inoltre, con prudenti
avvisi, concorrere a rendere meno gravi le conseguenze delle sfide che
mi sono fatte: perch, badi bene, caro padrino, che, salvo casi
rarissimi, sono sempre stato io lo sfidato dai miei avversar.

Ed era il vero; ma era il vero altres che quando Emilio Lograve
voleva cimentarsi con qualcheduno, sapeva cos accortamente
provocarlo, tormentarlo, inasprirlo, che per finirla onorevolmente
quell'altro credevasi obbligato a chiamare il suo persecutore sul
terreno.

Il signor Danzno opponeva che quei duelli erano gi stati ormai tanti
da bastare all'uopo che Emilio diceva; e, quanto all'intervento di
Cesare, notava non apparire esso troppo efficace a rendere meno
funeste le conseguenze degli scontri, perch ognuno di essi aveva
sempre procurato agli avversar del figlioccio qualche ferita pi o
meno grave. Del resto un certo effetto sull'animo del severo padre di
Cesare lo producevano pure la meravigliosa abilit, il valore e le
continue vittorie del figlioccio, il quale presso il padrino sapeva
eziando, in parole, apparir mite, modesto, buono.

Aveva cos il vecchio Danzno posto un po' d'affezione per quel
giovane cui ricordava la povera di lui madre, morendo, aver voluto
raccomandargli, a quanto gli aveva detto la monaca che aveva assistito
a quell'agona; lo aveva compianto vittima della trascuranza, peggio,
del disamore e dei viz del padre; e si lasciava illudere dalla
ipocrisia dei discorsi di quel soppiattone.

Chi non se ne lasciava ingannare era Matilde, divenuta un fior di
ragazza. Bella essa era davvero e pi che mediocremente: ma pi ancora
della bellezza poteva in lei una grazia, un incanto, un non so che,
onde ne veniva ad ogni suo atto e movenza, ad ogni parola e sorriso e
sguardo, tale seduzione che impossibile non rimanerne vinti. N questa
grazia era menomamente intinta d'artificio e di civettera; si
accompagnava colla pi ingenua semplicit e modestia, e riusciva di
tanto pi cara ed efficace: conquideva i giovani, s'ingraziava i
vecch, vinceva persino la gelosa e l'invidia delle donne. Una mala
speciale poi era nella voce soave, melodiosa, insinuante, che alle
cose dette, sempre giuste, e ingegnose, e gentili, dava un pregio, un
rilievo, un'efficacia inesprimibile.

A subire tal fascino era stato de' primi Emilio; e lo aveva provato
potente fin da principio e lo sentiva crescere ogni giorno pi e con
sempre maggior forza. Quella stessa ripulsione che la fanciulla aveva
per lui, ch'egli sentiva e cui essa non si curava molto di nascondere;
quella stessa ripulsione era come una provocazione, un irritamento
all'animo, al cervello, all'amor proprio, ai sensi di Emilio: il quale
con rabbia si accorgeva che la imagine della sprezzante cuginetta era
giorno e notte presente al suo pensiero, che ne occupava le sue
fantasticaggini, che gli compariva ne' sogni, che gli aveva stampato,
per cos dire, nella polpa cerebrale quel suo sorrisetto cos buono
per altri, cos malizioso, ironico per lui, sempre cos affascinante.
Una vera ossessione! Di pronunciare pure una parola che svelasse a
Matilde i suoi sentimenti per lei, non aveva l'ardire, e nemmeno, quei
sentimenti, di lasciarli apparire dal contegno, dagli sguardi; essa
gl'inspirava sempre una suggezione cui non poteva vincere quando si
trovava sotto il raggio di quei limpidi occh. Ma egli era
terribilmente, dolorosamente geloso di quanti accostassero la ragazza
e paressero non tornarle sgraditi. Avido d'un tesoro, di cui temeva
pur troppo non avrebbe potuto mai impadronirsi, non voleva, si
struggeva dalla rabbia al solo pensiero che altri potesse toccarlo.

Una sera a teatro, dove egli era andato a far visita in palchetto alle
Danzno madre e figlia, Emilio s'accorse che un giovane dalla platea
fissava con insistenza il suo sguardo ammiratore sulla bellezza di
Matilde, la quale pareva non accorgersene affatto. Era un bel giovane
di aspetto nobile e piacente, con espressione di risoluzione e di
franchezza segnata in fronte--una fronte piana ed aperta da una
cicatrice verso la tempia destra. Naturalmente Emilio lo trov subito
antipatico, e si pose a guardarlo a sua volta, con occhio tutt'altro
che benigno; e guardandolo, s'accorse che quella non era una figura
affatto sconosciuta, che l'aveva gi vista altre volte; finch a un
tratto balz nella sua memoria l'imagine di quel suo compagno di
collegio, pi forte degli altri, che a lui aveva dato parecchie volte
le pacche, e dal quale egli s'era vendicato di poi con quella brava
sassata sulla testa.

Sicuro! Era proprio quel tale; e quella cicatrice che riusciva a dare
un certo interessamento alla elegante di lui fisionomia, era il segno
appunto della ferita fattagli dal sasso lanciato da Emilio.

Questa scoperta rese ancora pi spiacevole la figura di quel giovane
al cugino di Matilde, il quale, non sapendo dissimulare il suo
dispetto, colla imprudenza della gelosa, domand alla fanciulla in
tono sprezzante:

--Conosci forse quell'imbecille laggi che da un'ora ti sta divorando
cogli occh e col cannocchiale?

Matilde fece guizzare di traverso uno sguardo verso il giovane, e
rispose freddamente:

--Non lo conosco, ma a vederlo non si direbbe un imbecille.

--Te lo dico io, soggiunse Emilio imbizzito: io che lo conosco bene,
perch  stato mio compagno di collegio.

--Oh guarda! esclam la fanciulla sorridendo: dal collegio dov'eri tu
ce n'escono degli imbecilli?

Emilio si morse le labbra.

--Gi! disse poi con un sogghigno da itterico: giudicando da me non
l'avresti creduto... Quello l poi era inoltre un prepotente villano,
che abusava della sua forza manesca per imporsi ai compagni.

--Ah s? disse la ragazza con intenzione e guardando bene in faccia il
cugino. Allora ei non era mica un imbecille, ma un tristo che,
abusando d'una sua superiorit per fare prepotenze, commetteva una
cattiva azione.

Emilio non disse pi nulla; e dopo un poco scese in platea.
Quell'altro aveva pur riconosciuto l'antico condiscepolo, e appena
questi comparve sulla porta, gli fu accosto sollecito, chiamandolo per
nome.

--Lograve!

Emilio lo guard freddo.

--Signore?

--Non mi riconosci? Sono Nori... Sai bene. Laggi al collegio...
Alberto Nori... Ero due corsi pi innanzi di te.

--Ah! Nori?... S, mi ricordo, rispose colla medesima freddezza
Emilio. Ci frequentavamo poco...

--Eh si... Abbiamo avuto anche qualche battibecco insieme... come, del
resto, io ne ebbi con quasi tutti... Ero un po' accattabrighe.

--Un poco! esclam con un sogghigno; mi pare anzi...

Ma l'altro, completando la frase, con allegra bonariet:

--Che lo fossi di molto eh? Hai forse ragione. Da ragazzo ero una
testa matta di prima classe; ma mi sono cambiato, sai? Son diventato
il miglior pastricciano del mondo... Certo non mi lascio soffiare
sotto il naso, ma del resto chi mi sa pigliare pel verso mi trova un
agnellino.

E rise bonariamente come prima.

--Ah s? disse Emilio senza dipartirsi menomamente dalla sua
riserbatezza.

--Sicuro, riprese quell'altro, che aveva una gran voglia di continuare
il discorso e rompere quella crosta di ghiaccio dietro cui Emilio si
riparava. La disciplina militare mi ha fatto molto bene... Lo sai che
sono stato militare?

--No.

--Uscito dal collegio, entrai nell'Accademia, e ne venni fuori
sottotenente d'artiglieria; un anno dopo, superato felicemente
l'esame, ero luogotenente...

--E ora?

--Ora non sono pi nulla. Ho una vistosa eredit, e ho pensato meglio
di venirmela a godere tranquillamente, libero, a casa mia... E tu che
carriera hai preso?

--Ho studiato da medico; ma non faccio nulla, perch anch'io ho avuta
un'eredit, quella di mio padre, che mi permette di vivere pienamente
a mio capriccio.

--Benissimo; me ne rallegro tanto... Non puoi credere il piacere che
mi fa lo averti incontrato. Si ha un bel dire, ma i compagni dei primi
anni conservano sempre un posto nel cuore. Mi far un piacere
d'introdurti nella societ ch'io pratico...

--Grazie, ma...

--E tu mi procurerai l'onore di frequentare la tua.

--Oh! io...

--Per esempio in casa Danzno...

Emilio ebbe un'alzata di capo che rivelava poca volont
d'acconsentire.

--Ti ho visto fin adesso in palchetto con quelle signore. So che son
tue cugine. Oh, mi sono informato.  la mia buona stella, che mi ti ha
fatto incontrare... Sar schietto con te...  un mese che cerco,
invoco l'occasione di essere presentato a quella famiglia...

--Per mia cugina? disse Emilio con riso pi itterico che mai.

--S... Mi piace alla folla. Non ho trovato mai figura di donna che
mi sembrasse pi degna d'amore. E... senti! La mia famiglia  onorata
quanto qualsiasi altra; ho ventisette anni e venti mila lire di
rendita e...

Lograve lo interruppe bruscamente.

--Cospetto, come ci vai!... Ti pare questo discorso da tenersi qui in
piedi, nella platea, d'un teatro?

--Hai ragione... ma ho voluto dirti subito tutto questo, per
guadagnarmi il tuo appoggio... Dovresti esser meco tanto buono da
presentarmi questa sera, qui stesso...

--Impossibile! esclam Emilio secco secco. Debbo andare subito per una
certa faccenda che non posso trascurare.

--Allora, quando?

--Mah!... ci vedremo, ci parleremo.

--Dove ci vedremo? Diamoci un appuntamento domani. Potremo discorrere
a bell'agio... Vuoi ch'io venga a casa tua?

--Che! Troppo tuo incomodo.

--Troviamoci al caff Centrale. Vuoi? A che ora?

--Che so io?

--Alle dieci domattina... T'invito a colazione... Va bene?

--Va benissimo.

--Siamo intesi... Grazie!

Strinse caldamente la mano ad Emilio e and ad appostarsi sotto il
palchetto di Matilde. Emilio se ne part con in corpo una rabbia da
non dirsi, decisissimo di non recarsi al convegno dato dal Nori.

Il domani, all'ora appunto in cui Alberto Nori stava aspettando al
caff il suo antico condiscepolo e s'arrabbiava maledettamente di non
vederlo comparire, Emilio si presentava in casa Danzno e domandava di
parlare a quattr'occh al padre di Matilde. Senza preamboli gli disse
di essere pazzamente innamorato della cugina e di chiedergliela in
consorte. Molto si meravigli il signor Danzno, che non s'aspettava
mai pi una simile domanda; e poco disposto come si sent subito ad
accoglierla, cerc delle scappatoje per non dare l su due piedi una
risposta decisiva. Disse che la ragazza era ancor troppo giovane per
pensare ad accasarla, che Emilio stesso a soli venticinque anni, colle
abitudini che aveva e la vita che menava, non appariva il pi atto ad
essere un padre di famiglia, e siccome il giovane insisteva affermando
ch'ei si sarebbe affatto emendato e ripeteva tutti i vantaggi che
presentava il suo partito, lui ricco, solo, indipendente, il padrino
fin per dire che, ad ogni modo, in affare che cos da vicino la
riguardava, egli avrebbe ritenuto per voto decisivo il volere di
Matilde e che dunque a lei si sarebbe domandato il tenore della
risposta.

Emilio stette un poco a pensarci, e poi disse:

-- giusto... Sia pure... Ma le domando il favore di parlare io con
Matilde e di udire io stesso dalla sua bocca la mia sentenza.

Matilde acconsent, anzi disse che le piaceva meglio esprimere essa
stessa, faccia a faccia, i suoi sentimenti al cugino Lograve.

--Possibile, esclam essa quando ebbe luogo il colloquio, o possibile
che ti sia venuta l'assurda idea di sposarci noi due?... Ma non vedi
che tutto ci separa, che siamo a due poli opposti per carattere, per
umore, per gusti, per idee, per tutto? Sarebbe un disaccordo continuo
da impiacevolire veramente la vita comune. Io gi non vorrei cedere a'
tuoi modi: cederesti tu a' miei?

--S, rispose Emilio, a cui la emozione rendeva pi pallide le
guancie, tremanti le labbra, incerti lo sguardo e la voce. S, io sar
tutto quello che vorrai tu.

--Sul principio, finch dureranno i primi ardori: e quanto dureranno?

--Sempre, te lo giuro. L'amore che ho per te sento che sar il solo e
l'inestinguibile nella mia vita.

--A queste affermazioni, a questi giuramenti non pu credere nemmeno
chi li fa.  cos variabile il cuore umano! Forse tu stesso non
tarderesti a pentirti, quando, svanito il prestigio della illusione
trovassi nella tua compagna ben altra donna che quella che credevi...

--Oh no!... Oh! ti conosco abbastanza... E poi, senti, t'amo tanto, mi
sento a te attratto e incatenato da una tal forza che, qualunque tu
fossi, anche, lasciami dire, la pi triste donna, io ti vorrei mia del
pari.

--Grazie tante! Ma codesto, signor mio, non  un vero amore:  un
capriccio,  una folla.

-- una passione! grid con forza Emilio,  qualche cosa di potente,
di prepotente, che supera tutto, che domina tutto... Oh credimi,
nessuno ti amer mai come t'amo io, come seguiter io ad amarti.

E le prese ambe le mani traendola a s.

Matilde se ne svincol con qualche asprezza.

--Lasciami! disse. Codesto tuo affetto mi spaventa pi che mi commova.
Non sono tali frenese che procurano la felicit in un matrimonio, ma
un ragionato amore, fondato sulla conoscenza dei reciproci caratteri,
una reciproca stima. Non si riesce a comune felicit quando l'amore,
per quanto grande,  tutto da una parte sola.

Emilio ebbe una penosa contrazione nei lineamenti del volto e un
maligno sguardo negli occh.

--Tu dunque non hai di me nessuna stima?

La fanciulla fece debolmente un atto di protesta.

--Tu dunque sai che non potresti avere per me neppure un briciolo di
amore?... Tu vuoi che sia cos, e te ne compiaci?...

--Puoi tu credere che in questo la volont ci abbia qualche effetto?
Avviene quello che ha decretato il destino, la natura delle cose. Due
si incontrano, che non si sono mai visti e si sentono attratti a
vicenda: si scoprono d'un comune sentire, s'accordano perfettamente,
mentre altri, stati insieme anche degli anni, sono dai loro
temperamenti, dai difetti, anche dalle qualit, affatto disgiunti.

--Tu ami qualcheduno! proruppe Emilio con voce vibrante di collera.

Matilde sostenne fermamente col suo limpido sguardo quello fieramente
torbido del cubino.

--Niente affatto, rispose tranquillamente; ma di certo non isposer
che l'uomo il quale riuscir a farsi amare.

--E io non potr mai esser quello?

La fanciulla tacque.

--Senti! riprese Emilio dopo un poco, mite e supplichevole pi che
seppe. Tuo padre mi diceva che siamo ambedue troppo giovani per
accasarci. Forse ha ragione. Che cosa conosci tu del mondo e degli
uomini? Qualche anno che passi pu persuaderti che  una introvabile
chimera quell'ideale che tu vagheggi. Io far di tutto per accostarmi
al modello da te pensato: e se tu m'ajuti, chi sa che non ci riesca.
Intanto il tempo, coll'opera della volont che in me  tenace, varr a
togliere dal mio carattere certe asprezze che ti dispiacciono... S,
credilo, Matilde, tu puoi fare di me un altro uomo... Lasciami
solamente un po' di speranza: lasciamela, se non per altro, per
compassione. Se pure  vero che hai il cuore libero, concedimi un
tempo di prova.

Matilde, imbarazzata, malvogliosa, teneva gli occh a terra, ma nella
sua aperta fisionomia lasciava apparire la sua disapprovazione.

--Ti chiedo un anno solo. Promettimi che per un anno tu non darai ad
altri il tuo cuore e la tua mano...

Essa lo interruppe con vivacit impaziente.

-- la mia libert che mi vuoi togliere, la franchigia del mio
destino. E con qual diritto? Non comprendi che la tua pretesa 
tirannica, e che la mia promessa sarebbe assurda?

Emilio, assalito da un accesso di rabbia, strinse i pugni.

--Non vuoi dunque far nulla per me?... disse coi denti serrati. A un
povero che incontri per via dai il borsellino, e il raggio di sole di
un tuo sorriso; e a me che soffro, a cui il tuo diniego far soffrire
tormenti indicibili, rifiuti l'elemosina d'una speranza.

--Elemosina pi crudele del rifiuto, quando la speranza avesse ad
essere fallace.

--Tu ami gi qualcheduno, proruppe con nuovo impeto il giovane.
Dimmelo francamente, tu ami qualcheduno?

--Ti ho gi detto di no: rispose con dignitosa freddezza Matilde; e
non so mentire.

--Guai se ci fosse! Credi tu che io potrei vederti appartenere ad un
altro? Ah no, per Dio!

L'aspetto, lo sguardo, la voce di Matilde presero un'espressione di
fiera risolutezza.

--Sei in un grande errore, Emilio, diss'ella, se credi che colle
minaccie potresti ottenere quello che non puoi altrimenti. Io mi sento
tanto coraggio da sfidare il tuo maltalento, e l'uomo che mi amasse,
ch'io scegliessi, confido che sarebbe pur tale da affrontare i tuoi
sdegni.

Emilio era diventato livido affatto.

--La vedremo! disse con voce soffocata dalla collera.  questa
l'ultima tua parola?

--Posso esprimerti il mio rincrescimento; ti auguro di cuore che tu
possa pi felicemente collocare il tuo affetto; ma d'altro, in verit,
non saprei proprio pi che cosa dirti.

--E sia!... Chi sa che un giorno tu non abbia a pentirtene! Sarai tu
stessa che l'avrai voluto. Non ti dar pi fastidio... Aspetto la mia
rivincita dall'avvenire... Addio!

E se ne part col cuore in tempesta, colla febbre nel sangue per la
rabbia, per la vergogna, pel desiderio della vendetta.




IX.


Il fratello di Matilde, che era solito vedere ogni giorno il cugino, e
passare con lui gran parte del suo tempo, si stup quando vide passata
una settimana senza ch'egli comparisse in casa Danzno, n si
lasciasse trovare ai soliti convegni.

I genitori di Matilde, i quali avevano approvato quanto essa aveva
detto ad Emilio, e Matilde medesima avevano pensato meglio di tacere
quell'incidente a Cesare, cervellino un po' leggiero e dominato dalla
volont pi robusta di Lograve, onde, non sapendo a qual causa
attribuire quella scomparsa del cugino, fuorch a una malatta,
Cesare, otto giorni dopo, si rec al quartiere d'Emilio.

Trov il giovane chiuso nella sua camera, terreo in faccia, collo
sguardo spento, cupo, accasciato, rispondendo a mala pena e di cattiva
grazia.

--Tu se' stato ammalato, caro Emilio?

--No.

--Che cos'hai dunque? Perch non ti lasci pi vedere? Perch sei cos
abbattuto? Ti  capitata qualche disgrazia? A me dovresti dirlo.

Emilio piant negli occh di Cesare uno sguardo penetrante per
leggergli nell'anima.

--Non ho nulla: rispose bruscamente. Non mi  capitata nessuna
disgrazia. Che cosa mi avrebbe ad essere capitato?

--Mah! disse ingenuamente il cugino: io non saprei; per mi pare che
non per nulla tu dovresti avere quella ciera da mortorio.

Emilio si persuase che a Cesare non era stato detto nulla della scena
avvenuta con Matilde.

--Ebbene, s, sono malato: riprese, malato di nervi. Ho una melancona
che mi consuma; lo _spleen_ degli inglesi che mi fa dare al diavolo.

--Eh! bisogna mandar lui al diavolo; bisogna cacciarlo ad ogni costo.
Scuotiti, esci, vedi della gente, cerca svaghi.

Emilio croll le spalle.

--Gli  trovarne degli svaghi che mi par difficile... Nulla mi
diverte.

--Eh via! Tu parli come un uomo esaurito, di cinquant'anni... Vieni
stasera in casa X... e vedrai che ne sarai contento. C' una raccolta
sempre pi ricca di belle signorine e di stupende signore, un'allegra
di buon gusto, l'insuperabile gentilezza dei padroni di casa, del th,
dei vini, dei pasticcini e dei _sandwiches_ squisiti. Se tu ci fossi
venuto queste sere addietro, non saresti cascato in s brutta
melancona: ci siamo divertiti un mezzo mondo. S' fatto un po' di
tutto; mormorazioni, giuochi di societ, sciarade in azione, musica,
danza, danza sopratutto. C' venuto un nuovo ballerino, un bel giovane
di spirito, simpatico, amenissimo, un certo Nori.

Emilio si riscosse vivamente.

--Ah!

--Lo conosci?

Emilio esit un momento e poi rispose risoluto:

--S... E Matilde  stata lei in casa X... queste sere scorse?

--Sicuro.

--E quel Nori le s' fatto presentare?

--A Matilde?... S, certo; ed ha ballato quasi sempre con lei.

--S, lo conosco quel Nori, soggiunse Emilio con accento di acrimonia,
troppo bene lo conosco per dolermi ch'egli venga intorno a tua
sorella.

--Come! Non sarebbe un giovane per bene?

-- uno fatto apposta per compromettere la virt in persona; uno di
coloro che si cacciano intorno a una donna, zitella o maritata, e la
sanno circuire in modo che, anche non riuscendo a conquistarla, danno
al mondo tutte le mostre d'esserci riusciti.  uno sfacciato
millantatore, che, a sentirlo, tutte le donne cascano innamorate morte
di lui: insomma tale che bisogna ben guardarsi dal lasciarlo penetrare
in una famiglia e bazzicare per casa.

--Oh, guarda! esclam Cesare tutto meravigliato. E dire che m'apparve
tutt'altra cosa: e non soltanto a me, ma anche al babbo e alla mamma;
allegro, vivace, un buon figliuolo.

--Un volpone... Farai bene a stare in guardia per Matilde.

--Diamine! diamine!...  un fatto ch'egli le  sempre intorno... Per
questa sera hanno gi insieme impegnato non so quanti ballabili.

--Questa sera? In casa X...?

--S.

--C' ballo?

--In tutta regola... Come fare a levarlo d'attorno a Matilde?...
Avviser lei che stia in contegno; ma non basta.

--No, non basta.

--Ci verrai tu?

--Non so... Forse!... Se sar di umore meno rabbioso.

--Vieni, vieni: mi ajuterai a tener lontano il Nori.

--Va bene... Ah, senti! Parlando con tua sorella di colui, non dirle
che le informazioni le hai avute da me.

--No?... Perch?...

--Perch Matilde mi ha in uggia talmente, che le basterebbe sapere
ch'io ho detto nero per veder bianco.

Ma questa cauta raccomandazione doveva sortire poco effetto. Quando
Cesare venne ripetendo a Matilde le brutte cose dette da Emilio del
Nori, la fanciulla, ficcando il suo limpido sguardo in quello del
fratello, e con una vivacit che dimostrava quanto tale argomento
l'interessasse, domand:

--Chi ti ha rivelato tutto codesto?

--Una persona che lo conosce molto bene.

--Il suo nome?...

--Il nome non ci ha che fare.

--Ci ha che far moltissimo; e te lo dico io:  il nome di Emilio
Lograve.

--Che che!... nemmeno per sogno.

-- inutile il negare; gi a me stessa Emilio ha tentato di mettere
quel giovane in mala vista: e so che tu da Emilio ti lasci facilmente
imbeccare.

--Mi lascio i fichi secchi! grid Cesare stizzito. E da qualunque io
abbia ricevuto quelle informazioni,  mio dovere e sapr ben io
levarti quel moscone d'attorno.

--Tu avrai la compiacenza di non far nulla! prosegu con forza
Matilde. Oltre il babbo e la mamma non ho bisogno d'altri vigilatori e
custodi.

Quella sera, entrando nel salone di casa X..., la prima cosa che vide
Emilio fu la cugina e Alberto Nori che ballavano un valzer
animatissimo, con aspetto evidentissimo di reciproca soddisfazione.
Egli s'accost a Cesare, che era poco lontano.

--Bravo! gli disse con un sogghigno. Hai saputo bene tener lontano il
Nori da Matilde.

--Che vuoi? Matilde era impegnata... io non ho voluto fare scandali.

--Hai ragione, hai ragione! disse Emilio, il cui labbro scolorato si
assottigliava sotto l'impressione dell'ira repressa.

Il valzer era finito. Emilio traendosi seco Cesare venne ad appostarsi
a pochi passi dal Nori che stava discorrendo con Matilde e colla madre
di lei. Si mise a parlare vivamente col cugino, dando a quel suo
satanico sogghigno la pi maligna espressione e fissando
instintivamente uno sguardo maligno del pari su Alberto Nori: questi
sent quello sguardo pesare su di s; si volse, vide i due e cap che
parlavano di lui; se ne avesse dubitato, ne lo avrebbe chiarito il suo
nome che ud pronunciato da Lograve. Turbato, offeso da quel contegno,
Alberto si conged dalle signore Danzno e venne accostandosi ai due
giovani. Emilio lo lasci venire fino alla distanza di due passi, e
poi, quando gi l'altro cominciava un saluto, gir sui tacchi e
s'allontan guardando in aria.

--Lograve! chiam vibratamente Alberto che sent il sangue salirgli
alla faccia; ma Emilio non se ne diede per inteso, e continu ad
allontanarsi. Non fece un movimento per corrergli dietro, ma si
trattenne e si volse a Cesare.

--Che cos'ha meco Lograve?

--Ma! che ne so io? rispose freddo freddo il fratello di Matilde.

--S, che lo deve sapere: ribatt con qualche risentimento Alberto,
perch dianzi Lograve le parlava di me... Oh! l'ho ben visto... Che
cosa le diceva? Ho pure il diritto di saperlo.

--Io non so se lei abbia questo diritto: ma so bene che io non ho il
dovere di parlarne... e non dir nulla.

--Ha ragione... Andr a domandarlo a Lograve medesimo: e spero bene
che non avr sempre il coraggio di sfuggire, come ha fatto adesso.

Si mise subito in cerca d'Emilio. I due rivali s'incontrarono in un
salottino appartato dove, mentre si danzava nel salone, rimasero soli.

--Tu hai parlato di me test col signor Danzno?

--Pu darsi.

--E ne hai parlato in modo che quel giovane, il quale m'aveva sempre
trattato con molta cortesa, ha cambiato meco aspetto e contegno.

--Credi?

La calma beffarda di Emilio accrebbe lo sdegno del Nori.

--Ho diritto di sapere che cosa hai detto di me!

--E io non ho nessun obbligo di dirtelo.

--Ti obbligher io a parlare, disse fremendo Alberto al quale facevano
bollire il sangue la faccia canzonatoria, lo sguardo provocatore e
l'accento insolente di Emilio.

E questi, con un ghigno ancora pi insultante:

--Obbligarmi?... Cospetto!... Vediamo un poco! Eri un prepotentone in
collegio e sei sempre tale e quale; ma allora avevi da fare con
ragazzi.

--E ora ho da fare con un vigliacco.

Emilio s'allontan d'un passo e disse lentamente, con voce sommessa,
quasi soffocata, sibilante:

--Badate, signor Nori, che questo  un sanguinoso, gratuito oltraggio.

-- quello che vi meritate. Vile chi sparla di una persona dietro le
spalle e si rifiuta di ripeterle in faccia le sue accuse.

--Ho capito! disse Emilio, accrescendo ancora l'insolenza del suo
accento sarcastico. Questa , come dicono i francesi, una _mauvaise
querelle_ che voi volete avere con me: ma io non mi lascier
trascinare a vostro talento, e per evitare il pericolo che alla fine
il sangue freddo mi abbandoni, me ne vado.

E si mosse per partire.

Alberto lo trattenne, stringendogli vigorosamente il braccio.

--No, non partirete prima d'avermi dato soddisfazione.

--Signore! grid vivamente Emilio, liberando con violenza il suo
braccio, osate mettermi le mani addosso!...  troppo!... La
soddisfazione che cercate sono pronto a darvela, ma non qui, non con
parole, se voi avrete il coraggio di domandarmela.

--S, ve la domando.

--Badate bene!... Sarete voi che l'avrete voluto. Io sono ancora
disposto a darvi passata, purch mi lasciate tranquillo e dimostriate,
non fosse che con una parola, rincrescimento di quanto mi avete detto
e fatto...

--O impudente vigliacco!...

--Basta, signore!... Non pi insulti. Sar come volete. Aspetto i
vostri padrini, e di tutte le conseguenze avrete da dire _mea culpa_.

E ratto, senza che l'altro avesse pi tempo a trattenerlo, Emilio
s'allontan e spar dal ballo.

Alberto, quando torn in sala, aveva tuttora in viso un poco di
quell'espressione di sdegno che la scena con Lograve gli aveva
eccitato, e Matilde se ne accorse.

--Con chi l'ha, signor Nori? gli disse mezzo scherzosa, mezzo sul
serio, esaminandolo bene con que' suoi occh lucenti come diamanti
sotto un raggio di sole. Qualcheduno l'ha fatta inquietare?

Il giovane rispian subito la fronte, e seppe trovare un sorriso
affatto di buon umore.

--Punto, punto, rispose; cio s, l'ho con un certo nojoso, che per
discorrermi d'alcune sue bazzecole, m'ha fatto perdere una polka.

--Quel nojoso, se non isbaglio,  stato mio cugino.

--No, signorina.

--Mi  sembrato vederla parlare con lui e con mio fratello.

--S, poche parole...  stato un altro a trattenermi.

Matilde sent rinforzarsi il concepito sospetto, cerc di Emilio, e
l'improvvisa di lui partenza l'inquiet maggiormente. Poco dopo anche
Alberto se n'and. Matilde interrog vivamente il fratello. Questi
neg bens che fra Emilio e il Nori vi fosse stata contesa, ma la sua
negazione parve debole e poco persuasiva alla ragazza.

Il domattina, Cesare, ricevuto un biglietto di Emilio che lo pregava
di venire subito da lui, stava per recarsi alla chiamata, quando
Matilde lo sorprese colla mano sulla serratura dell'uscio di casa.

--Dove vai cos di buon'ora e cos sollecito?

Cesare, che non era abbastanza accorto per vedere il motivo di tacere
il vero, disse d'essere stato chiamato da Emilio.

Matilde se ne turb.

--Ah! io l'avevo indovinato fin da jeri sera. Quel tristo d'Emilio
vuoi battersi col signor Nori.

Cesare disse quanto meglio seppe a persuadere la sorella che ci non
era possibile, ma ogni sua parola rimase inutile.

--Senti, Cesare, disse Matilde con forza. Tu hai da impedire codesto
duello ad ogni costo... ad ogni costo, capisci... Ne faccio te
responsabile... Va, e torna presto a rassicurarmi.

--Cesare, disse Emilio al fratello di Matilde, appena l'ebbe veduto
entrare, quel bellimbusto del Nori mi ha sfidato, e ci battiamo questa
stessa mattina.

--Possibile! esclam Cesare tutto turbato. Ah! Matilde ha visto
giusto.

--Ah ah! Che cosa t'ha detto tua sorella?

--Che si trattava di questo duello, e ch'io dovevo a ogni costo
impedirlo.

--S, proprio? esclam col suo malvagio sogghigno Emilio. Convien
dunque dire che Matilde s'interessa vivamente, troppo vivamente, per
quel signore... Oh! me ne rincresce, perch il duello oramai non v'
modo d'evitarlo.

--Oh s che ci sar, disse con calore il buon Cesare; ci dev'essere.
Sento anch'io essere mio dovere d'impedirlo, questo duello... Tu ne
hai gi avuti troppi, nessuno pi di te pu rinunziare ad uno scontro
senza scapitarne... Di questo duello poi non c' una soda ragione.

Emilio l'interruppe bruscamente.

--La ragione c', e la so ben io... Non impacciartene dell'altro tu,
che per quello ch'io ti domando... Vorresti farmi da Mentore? Questo
duello ti dico io che  inevitabile...  stato lui, Alberto, quello
che l'ha voluto... Io ho fatto di tutto per esimermene; sono stato
rimessivo fin troppo; Nori ha persistito; mi ha mandato a sfidare,
stamattina son venuti i suoi padrini e fra un quarto d'ora torneranno
per intendersi definitivamente coi miei, dei quali tu sarai uno e B.
l'altro. Siamo gi d'accordo che si finir tutto di questa mattina
medesima. Posso io dare addietro? Mai pi! Lo pu egli, provocatore,
sfidatore ostinato, senza coprirsi di vergogna? Nemmen per ombra.
Dunque? E avresti cuore tu di abbandonarmi, di lasciarmi negli
impicci?... Hanno suonato.  certo l'altro mio padrino. Conto su voi
due. Saprete fare le mie parti a dovere.

Cesare, dominato dall'accento e dallo sguardo di Emilio, non os pi
contraddire, non os pi rifiutarsi.

Secondo le istruzioni date dallo sfidato ai suoi padrini, fu convenuto
che il duello avrebbe luogo fra due ore, alla pistola, dietro il campo
santo, i due avversar alla distanza di venti passi, facendo fuoco
nello stesso tempo.

Quando i due avversar si trovarono a fronte, Cesare non pot a meno
di essere colpito dalla differenza dei loro aspetti. Alberto Nori, un
po' pallido, ma franco e sorridente, guardava dritto innanzi a s
cogli occh levati; Emilio Lograve teneva un po' chino il capo e di
sotto la fronte lo sguardo velenoso guizzava a scatti sull'avversario
mentre sulle labbra gli si disegnava il sogghigno diabolico di un
malvagio che vuole compiere un maleficio e sa di riuscirvi. Il
fratello di Matilde fu assalito da una specie di rimorso; nel
consegnare l'arma ad Emilio, gli disse piano, ma con calda espressione
di preghiera:

--Tu lo risparmierai, non  vero?

L'altro sogghign a suo modo.

--Vedrai come!... Lo colpir al terzo bottone del soprabito.

Cesare volle insistere.

--Va, va al tuo posto, e non seccarmi.

Al cenno, i due colpi risuonarono insieme. Emilio stette fermo,
immobile, senza batter ciglio. Alberto port la mano sinistra al petto
ed esclam:

--Son ferito!

Si scosse come per fare un passo, vacill, e perdendo di subito le
forze, lasci cader l'arma che impugnava colla, destra, si accasci e
si distese lungo per terra.

I quattro testimon e il medico si precipitarono presso di lui; il
terzo bottone del soprabito a doppio petto era rotto e l vicino un
bucherello lasciava uscire una goccia di sangue. Il ferito gir
intorno uno sguardo incerto, volle parlare, una lieve schiuma
sanguigna gli venne agli angoli della bocca, e svenne.

Emilio, senza muoversi dal suo posto, aveva incrociato le braccia e
stava aspettando.

Il medico apr sollecito i panni del caduto, ne stracci la camicia,
osserv la piaga, ne tast coi suoi ferri la profondit, cerc la
palla, non la trov, e volgendosi ai presenti, disse con malauguroso
scuoter del capo:

--La ferita  gravissima.

Mentre il medico faceva una fasciatura provvisoria, Cesare s'accost
ad Emilio, e questi senza lasciarlo parlare gli disse subito:

--Hai visto? Al terzo bottone.

Cesare sent uno sdegno, un orrore indicibile per quel cinico omicida.

--Tu l'hai assassinato, gli rispose con labbro fremente. Ora, che vuoi
tu ancora far qui? Vattene.

Emilio scosse la spalla sogghignando, gett in terra la pistola che
teneva ancora in mano e si allontan lentamente.

Cesare rientr in casa con aspetto cos turbato, che i genitori e la
sorella subito s'accorsero che qualche cosa di grave gli era
intravvenuto; e siccome era impossibile nascondere la verit, egli
narr con ogni particolare l'avvenimento di quella mattina. Amarissimi
rimproveri glie ne fece Matilde, severissimi il padre e la madre.

Il signor Danzno scrisse al figlioccio tali rampogne che gli levarono
affatto la volont di presentarsi nella casa del padrino a sentirsele
ripetere in faccia.

Per tutta la citt l'interessamento fu vivo pel ferito, rigorosa la
disapprovazione pel feritore.

Il fisco, trattandosi di un duello che fece tanto rumore, e di cui la
conseguenza era la vicina, temuta, pur troppo inevitabile morte di un
uomo, si trov in debito di procedere con qualche premura.

Emilio, per togliersi alle seccature del processo e alla indignazione
della cittadinanza, di cui in quei primi giorni sentiva gravarsi
addosso il molesto peso, dato sesto ai suoi affari, provvistosi d'una
buona somma, senza dare un saluto a chicchessia, fugg all'estero,
coll'animo di non rimpatriar pi che a cose quiete e protetto
dall'oblo che nella vita sociale, coll'ajuto del tempo, seppellisce
ogni cosa.




X.


Alberto Nori stette parecch giorni tra la vita e la morte; ma per
fortuna quel benedetto bottone, preso di mira, aveva fatto deviare un
pochino il projettile, e il cuore era stato salvo. Il pericolo di una
emorraga interna venne scongiurato; e dopo una settimana, i medici
credettero potere affermare, _che se non sopravvenivano
complicazioni_, il malato sarebbe guarito.

Se in tutta la cittadinanza grandi furono lo interessamento pel Nori e
la indignazione pel Lograve, grandissimi essi furono nella famiglia
Danzno, e in Cesare medesimo, e pi di tutti in Matilde. Le pareva
che su lei pesasse un po' di colpa, che avendo essa scoperto il
pericolo avrebbe dovuto fare di pi per iscongiurarlo; se la prese col
fratello, che non era stato capace d'impedire lo scontro, e non gli
perdon che quando vide con quali amorose cure egli si facesse ad
assistere il ferito. Con ansia essa ne aspettava da Cesare le notizie,
e come si era vivamente afflitta alle tristi, prov e manifest una
vera gioja al sopraggiungere delle buone. A un punto si stup essa
medesima di tanto interessamento che per la persona pi cara non
avrebbe potuto avere maggiore: ne interrog tra s e s il suo cuore,
e la risposta che n'ebbe le fece salire un'ondata di sangue alla
faccia.

Fra Cesare Danzno ed Alberto Nori, durante la malattia di
quest'ultimo, venne stabilendosi una amicizia, una intimit, che non
avrebbe potuto essere maggiore dopo anni ed anni di convivenza.

Guarito, Alberto frequent la casa del nuovo amico, e vi mostr
carattere cos aperto e buono, costumi cos onesti e sentimenti tanto
lodevoli, da ottenere la stima e l'affetto di tutti.

E quindi, allorch, sei mesi dopo il fatal duello, Alberto Nori venne
a chiedere ufficialmente la mano di Matilde ai genitori di lei, fu
unanime il parere di tutti, di premurosamente acconsentire. Il
matrimonio, che ebbe luogo al chiudersi dell'anno, ottenne
l'approvazione e l'invidia di tutti, come quello che per le condizioni
reciproche di et, di fortune, di carattere dei conjugi prometteva di
riuscire il pi felice che sia possibile.

E mantenne la promessa. Gli sposi furono felicissimi e lo meritarono.
Matilde e Alberto potevano dirsi davvero fatti l'uno per l'altra; la
dolcezza di lui temper ancora meglio la primitiva petulanza di lei
che gli anni avevano pure gi scemato; l'amore, la fioritura della
giovinezza, la soddisfazione del cuore, diedero alla belt di Matilde
nuovo pregio, nuovo incanto, nuovo splendore.

Come se la fortuna volesse favorire con ogni sua grazia quella giovane
coppia amorosa, un anno dalle nozze non era ancora trascorso, che
Matilde si vedeva appeso al seno e dondolava fra le sue braccia un
amorino di bimbo cos bello che Alberto voleva fosse tutto tutto il
ritratto della mammina, e Matilde affermava ch'era una copia fedele in
miniatura del babbo.

La loro felicit sarebbe stata troppa dove non fosse venuto a colpirli
qualche dolore, e questo venne alla morte della madre di Matilde. Se
per questa il colpo fu crudele, fu crudelissimo per il signor Danzno,
il quale, dopo tanti anni di convivenza sempre in pace e accordo,
adorato da quella donna, ora a lui rapita, che lo sapeva circondare
d'ogni cura e d'ogni affetto, sent proprio mancarsi met
dell'esistenza, met della ragione di vivere.

La sua casa divenne muta e deserta: Cesare, giovane vivente la vita
elegante di societ, non poteva e non sapeva dargli conforto; il
povero vedovo in ogni stanza del quartiere trovava argomenti di
ricordi che incrudivano sempre il suo dolore: egli non aveva sollievo,
non provava consolazione che recandosi in casa della figlia, dove le
parole e la presenza stessa di Matilde, le carezze dei nipotini (che
ora erano in numero di tre, due maschietti e una femmina) gli
facevano, non dimenticare, ma sentir meno la sua disgrazia. Valevano a
ci sopratutto le mone, la figurina, i baci della bambina, alla quale
era stato posto il nome della nonna, e in cui il vedovo a sua volta,
s'ostinava a vedere il ritratto parlante della perduta donna. Un
giorno, Alberto, andato in casa dello suocero, lo trov cos abbattuto
che ne ebbe paura.

--Se quest'uomo continua a starsene qui solo,  bello e spacciato,
pens; e rientrato a casa, trasse in disparte sua moglie e le disse:

--M' nata in capo un'idea, che spero approverai. Tuo padre ha bisogno
di compagna e di cure: o perch non verrebbe egli a viver qui con
noi, ad ajutarci a tirar su que' birichini dei nostri figli?

Matilde gett le braccia al collo del marito.

--Oh grazie! gli disse baciandolo appassionatamente. Tu sei il miglior
uomo del mondo.

Fecero cos una famiglia sola; e il vecchio Danzno si riprese alla
vita. Cesare medesimo ne fu soddisfattissimo, perch in verit egli
voleva pure un gran bene alla sorella, e ai nipoti, e al cognato
stesso, ed era lieto di vedere suo padre contento, mentre egli ne
diveniva ancora pi libero del suo tempo e della sua volont, di guisa
che per quella brava e buona famiglia tutto camminava prosperamente,
allorch, dopo cinque anni d'assenza, fece ritorno in patria Emilio
Lograve.

Questi, fuggendo, portava seco la quasi certezza che Alberto Nori
sarebbe morto della sua ferita; ne aveva aspettato impaziente le nuove
ulteriori, e siccome nessuno glie ne aveva scritto, s'era rivolto
replicate volte per lettera a Cesare, affine d'essere informato non
solo della sorte d'Alberto, ma delle cose della famiglia Danzno. Ma
Cesare non gli aveva mai risposto, e la prima notizia ch'egli ebbe, fu
la partecipazione a stampa del matrimonio seguito fra il signor
Alberto Nori e la signorina Danzno.

Emilio fu assalito da un vero accesso di furore; fantastic ogni fatta
di propositi violenti a vendicarsi.

Il pensiero di Matilde in braccio ad un altro gli era un supplizio che
l'angosciava giorno e notte. E quell'altro cos felice era quel Nori,
per cui fin da ragazzo egli aveva avuto un odio, un rancore speciale!
Stette a un pelo di pentirsene e precipitare in patria per costringere
Alberto a un nuovo duello da cui non lo avrebbe pi lasciato uscir
vivo di certo. Ma se ne trattenne comprendendo che siffatto scontro
sarebbe stato sicuramente impedito. Calmato il primo furore, un'altra
vendetta che giudic pi cara, pi degna e pi compiuta, venne a
sorridere al suo tristo talento.

--Egli l'ha sposata, pens, ha vinto la prima partita, ma non pu
darsi una rivincita?... togliergliela, strappargliela... averla, ora
che  sua, ferirlo nell'amore insieme e nell'onore!... Impossibile?...
E perch?... Matilde  onestissima e mi odia... Ah! l'onest delle
donne, anche la pi pura, pu transigere sotto l'impero d'una
necessit: anche l'odio la necessit fa superare... Crearla questa
necessit, farla incombere minacciosa, imminente, inesorabile... Con
arte, con pazienza... e il mio cervello d'artific non ha penuria, e
di pazienza il mio odio ne sapr avere. Chi sa?

Continu i suoi viaggi. Visit la Francia: visse la vita chiassosa di
Parigi: e in quel bailame dove si cola, s'agita e ribolle la gran
fiumana di tutti i viz d'Europa e d'America non ebbero a farsi
migliori il suo cuore, l'anima, l'indole. Pass in Inghilterra, e ci
da cui pi venne colpito furono l'egoismo, la crudezza della lotta
degl'interessi, il disprezzo pei deboli che contraddistinguono quella
razza di forti; in Germania vide il trionfo della forza: a Berlino e
Vienna incontr le stesse passioni, gli stessi difetti e viz e
ingiustizie, onde la sua primitiva disistima degli uomini e delle
donne, il suo scetticismo, il suo rancore contro chi godeva gioje a
lui contese, la sua rabbia di soddisfare le sue brame si accrebbero,
n migliorarono i suoi costumi e il suo carattere. Dopo cinque anni,
intravvenuta un'amnistia pei reati di duello, Emilio Lograve tornava
in patria, ancora pi tristo, pi invidioso, maligno, ma esteriormente
cambiato affatto, grazie alla maschera e alla veste d'agnello ch'egli
aveva creduto utile imporsi e aveva saputo vestirsi.




XI.


        _Caro Cesare_,

Eccomi di ritorno in patria, ma ben diverso da quello d'un tempo. Gli
anni, l'esperienza del mondo, la mia volont hanno domato il mio
umore, vinto gl'irosi impulsi del mio carattere. Mi sono fatto umile
come un povero e mite come un agnello. E sono solo, senza legami,
senza affetti, mentre un prepotente bisogno mi  nato di voler bene ad
altrui, e che altri mi voglia bene.

Pensare che questo tesoro d'affetto potrei averlo nella tua famiglia!
Il mio padrino, io lo amerei, sento d'amarlo come un padre: te e
Matilde, come fratello e sorella. Ma non oso neppure presentarmi alla
soglia della vostra casa. Che accoglienza mi farete voi, e quale
Alberto Nori?... Certi momenti m'imagino che io, andando a lui con una
mano tesa e dicendogli: Dimentica: io nell'avversario d'una volta,
non vo' veder pi che un nuovo congiunto, egli accetterebbe la mia
destra e mi chiamerebbe cugino. Credo di ci capace il carattere
generoso del Nori; ma poi mi sgomento e non oso espormi al pericolo
che un ostile accoglimento ridesti in me l'antico dmone dell'ira.

Ma di te almeno, spero e confido che tutta affatto spenta non sar
quella benevolenza, che mi dimostrasti un giorno, e ad essa faccio
appello, come un assetato per soccorso d'un bicchier d'acqua.
Vediamoci; poich io non posso venire da te, vieni tu da questo povero
solitario. Benvenuto tanto pi se mi recherai la faccia e il cuore
dell'animo di prima: benedetto se potrai darmi da parte dei tuoi una
parola di pace.

        _Tuo aff_. EMILIO LOGRAVE.


Il fratello di Matilde si affrett di comunicare quella lettera al
padre, alla sorella, al cognato. I due uomini credettero scorgervi
sincerit di pentimento, vere intenzioni di accordo e desiderio di
affetto: e Alberto, coll'impeto della sua generosa e subitanea natura,
manifest il proposito di andar tosto egli stesso a pigliare per mano
il reduce, e trarlo seco, e introdurlo nella famiglia. Ma non fu di
questo parere Matilde, la quale con molta freddezza, anzi con molta
diffidenza, accolse l'atto di resipiscenza del cugino.

--Cambiato? diss'ella, sar! Ma prima di ammetterlo in casa, vorrei
averne delle prove migliori che le semplici parole. Andare da lui, tu
Alberto, no sicuramente. Cesare gli rechi pure il nostro perdono. Viva
perdonato, ma lontano;  il meglio per tutti.

Emilio fu con Cesare un commediante perfettissimo. Si commosse di
gioja, di tenerezza, di gratitudine; peror, pianse. Comprese dalle
impacciate parole del poco destro Cesare, che Matilde impediva la
riconciliazione di andare fino all'espansione dell'amicizia, e disse
che essa aveva ragione: che il passato le dava innegabile diritto di
diffidare; ma che egli sperava, col tempo, vincere i dubb e i
sospetti anche di lei, e giungere allo scopo tanto agognato di essere
pei Nori come pei Danzno un vero fratello. Intanto non gli si negasse
almeno la consolazione di poter vedere il caro padrino, il protettore
della sua infanzia, cui egli amava pi di tutto al mondo.

Il vecchio Danzno lo accolse molto freddamente, ma Emilio mostr non
accorgersi di quella freddezza. Cominci per venire dal padrino una
volta la settimana, poi due, poi quasi tutti i giorni. Non cercava mai
di vedere Matilde; se la incontrava per caso, la salutava e tirava
via. Sapeva svagare il vecchio raccontandogli i suoi viaggi, facendolo
discorrere del passato, leggendogli libri e giornali. Lo accompagnava
anche a passeggio, sostituendosi a Cesare che preferiva esser libero
ed a Matilde e Alberto che consacravano viepi il loro tempo ai figli.
Il caso venne ancora in suo ajuto. Il padre di Matilde cadde
gravemente ammalato: ed Emilio, richiamatosi alla memoria quanto aveva
studiato di medicina, partecip alla cura, seppe agli altri medici
persuadere le sue idee in proposito, e l'infermo dovette credere che a
salvarlo aveva giovato pi di tutti e quasi unicamente la cura del
figlioccio. In verit egli non risparmi n tempo, n attenzioni, n
tratti servizievoli intorno al giacente, vegliando il pi delle notti
e sapendo cos bene interpretare, indovinare i bisogni di lui, i
desider, le idee, che nessun altro valeva a soddisfare ugualmente il
malato, anche quando gi entrato in convalescenza.

Matilde, da principio s'era adattata assai malvolentieri a trovarsi
sempre in compagna di Emilio, ma poi vedendone la buona, zelante e
giovevole opera, si era dipartita a poco a poco dalla primitiva ostile
freddezza, e grazie pure alle umili, insinuanti, affettuosamente
bonarie maniere di lui, aveva lasciato introdursi fra loro una certa
famigliarit che aveva anche le apparenze dell'amicizia. E cos non
era trascorso un anno dal suo ritorno, che Emilio vedeva effettuato il
voto da lui espresso nella lettera a Cesare, di essere cio accolto
nella casa di Alberto e da Alberto stesso come un congiunto. Con
Matilde egli continuava nella sua fredda riserbatezza: non cercava mai
di essere solo con lei, anzi, ne sfuggiva l'occasione; se la cosa
avveniva, egli accresceva ancora la espressione di indifferenza, che
aveva di solito, e pi presto che poteva, partivasene. Due sole volte
quell'interno fuoco, ch'egli cos abilmente nascondeva, fu sul punto
di manifestarsi.

La prima nella camera del convalescente, quando questi era appunto
ritornato da una passeggiatina fatta in compagna e col sostegno di
Emilio. Stanco il vecchio erasi abbandonato sulla poltrona, e Matilde,
che era accorsa sulla soglia del quartiere a riceverlo, e lo aveva
guidato fin l, gli accomodava dietro la testa e le spalle i cuscini.
Era essa cos bella in quell'atto, con una s seducente espressione di
amorevolezza, che Emilio, nel contemplarla, sent le fiamme salirgli
al capo. Nell'ajutarla ad accomodare un guanciale, Emilio incontr
colla sua la mano di lei, e involontariamente la prese, la strinse.
Matilde liber vivamente la destra, e lev in volto al cugino uno
sguardo stupito, quasi offeso, interrogatore. Ma il giovane aveva gi
ripreso il possesso della sua volont, e il dominio della sua
passione; spense con meravigliosa rapidit il lampo degli occh,
atteggi le labbra ad un sorriso innocente, e disse colla calma d'una
discreta ammirazione:

--Che brava infermiera, e che buona figliuola sei tu!

Matilde non ci pens altrimenti.

La seconda volta cos avvenne. Emilio sorprese la famigliuola Nori in
uno di quei momenti d'espansione della mutua tenerezza che sono cos
cari e soavi. Marito e moglie abbracciati avevano intorno i
figliuoletti che facevano ressa per essere accolti e carezzati in
quell'amplesso anche loro. Quelle testoline bionde, ricciute, quei
visini rosei, paffutelli, quegli occhietti vividi, furbicciuoli,
amorosi, quei labbruzzi porporini, da cui usciva la cara meloda di
parole nella tenera voce infantile, e in mezzo quelle due belle figure
d'uomo e di donna giovani che avevano intorno l'aureola della felicit
e della tenerezza, formavano uno spettacolo da commuovere e rendere
invidioso qualunque. Emilio impallid, si scus di venire a
disturbare. La sua presenza pose fine a quella intima festicciuola.
Dopo un breve discorso, Alberto si alz e disse dover uscire.

--Conducimi teco, incominci il maschietto pi grande, conducimi a
spasso, babbino mio.

--S, s, conducine, conducine a spasso: gridarono gli altri quattro,
serrandoglisi ai panni.

--Adesso, subito, no, no, non posso: disse il padre. Ma fate vestir la
mamma, e con essa vi attendo tutti fra un'ora sulla piazza grande...
Va bene, cos?

--S, s, s, gridarono i piccini, battendo le mani e saltando.
Andiamo, mamma, vieni a vestirti.

--Eh! ci ho il tempo! rispose Matilde ridendo. Andateci intanto voi
altri che ci impiegate un anno. Tu Alberto, accompagnali di l, e di'
alla cameriera che li acconci.

Alberto prese in braccio il pi piccino, gli altri si attaccarono alle
falde dell'abito, ed egli ridendo, gridando, baciando quello che gli
si era appeso al collo, senza nemmen pi pensare a salutare il cugino,
se ne usc dalla stanza. Fu come un piccolo turbine di allegra che si
partisse.

Emilio segu quel padre e sposo avventurato con uno sguardo che si
sarebbe potuto dire feroce.

--Ah! si lasci sfuggire a mezza voce. Che cosa non avrei dato, che
non darei per la felicit di quell'uomo!

Matilde sollev vivamente la testa, e fiss su di lui il suo sguardo
limpido e penetrante.

--Che cosa dici?

Emilio fu sollecito a riprendere la sua maschera d'indifferenza.

--Nulla... Che Alberto  un uomo felice, e che se lo merita... e che
tu hai avuto ragione a preferirlo... a tutti gli altri.

E si part.

Lo spettacolo di simili scene, a cui la sua frequentazione in casa
Nori lo faceva assistere sempre pi sovente, a cui anzi egli cercava
di assistere con quella fiera volutt che altri prova nell'inasprire
un forte dolore che lo tormenta; lo spettacolo di queste scene
accresceva in Emilio l'odio, la rabbia, l'invidia, gli lacerava il
cuore cos da mandarlo in furore, quando solo nella sua camera egli
ripensava ad esse. Allora il tristo malediceva, bestemmiava, si
mordeva i pugni, giurava e spergiurava al suo odio che un giorno
l'avrebbe la sua rivincita; l'avrebbe a ogni modo, a costo di
qualsiasi delitto, a costo di qualsiasi infamia.

Meditava intanto il suo disegno colla pazienza d'un odio eterno e
d'una passione maniaca, camminando guardingo per non metter piede in
fallo.

Una mattina, Emilio, entrando colla sua solita famigliarit nella
camera di Cesare, assente da casa, sorprese il domestico che si faceva
un generoso regalo dei sigari del padrone.

--Cesare non c'? domand egli, facendo mostra di non aver visto
nulla.

--No, signore, rispose il servo, cacciando destramente in saccoccia i
sigari e richiudendo la scatola con mano franca.

--Bene; ma non tarder a venire, perch eravamo intesi che sarei
venuto a quest'ora: lo aspetter.

E sedette presso la tavola, prendendo un libro e mettendosi a
sfogliarlo.

--Come le piace, disse il domestico; e si mosse per partire.

--Ma voi non avete mica finito di rassettar la camera? not Emilio.

--No, signore, ma smetto per non disturbare. L... torner pi tardi.

--No, no, fate la vostra bisogna; non mi disturbate niente affatto.

Il domestico s'inchin e riprese il suo lavoro.

Emilio, voltando le pagine del libro, lo guardava di sottecchi. Non
era la prima volta che egli facesse attenzione a quel giovane; tutto
quello che apparteneva alla casa egli l'aveva esaminato e studiato: la
cuoca, una buona donna senza nessuna nota speciale; la cameriera,
abbastanza bellina per essere civetta, e giovandosi della facolt, ma
contenuta dalla severit della padrona che non avrebbe tollerato
neppure una leggerezza nella sua condotta; fra lei e il domestico,
Emilio aveva creduto di osservare alla sfuggita, molto alla sfuggita,
qualche lieve cenno d'intelligenza, e si era permesso di appurare la
cosa. Il domestico era un giovinotto di venticinque anni, di statura
bassotta, tarchiato, con capelli rossigni, fronte bassa, testa quadra,
labbra grosse, una falsa aria da nesci, il portamento da contadino
rincivilito e negli occh vivaci, a lampi, la rivelazione d'una intima
furbera che si voleva nascondere.

Su questo cotale, Emilio aveva fondato alcune speranze.

-- da molto tempo che siete in questa casa? domand Emilio colla
indifferenza di chi parla tanto per non istare in silenzio.

--S, signore; pi di sei anni, fin da prima ancora che il signor
Alberto si ammogliasse.

--Vuol dire che siete proprio affezionato al vostro padrone?

--Si figuri!... Sono figliuolo d'un suo contadino. Sono nato, si pu
dire, al servizio di questa famiglia. Siccome il lavoro dei campi mi
piaceva poco e il vivere a polenta e acqua mi piaceva niente, mi sono
raccomandato al signor Alberto; ed egli credendo, per sua bont, di
vedere in me qualche disposizione a diventare un buon servo di casa,
mi prese con s...

--E vi ci tiene in panciolle, interruppe Emilio ridendo.

--Eh! non ci si sta male certo... Ma ci si stava meglio quando il
signor padrone era scapolo.

--Ah s?

--Poco da fare... parecchie mancie per commissioni delicate... che ora
non si fanno pi.

--Ah! briccone! sclam Emilio con un sorriso incoraggiatore,
approvatore. E poi, unendosi anche la famiglia della signora, il
lavoro  cresciuto di certo.

--Oh! non mi lamento: i padroni son tutti buoni... Madama  un angelo,
severa in certe cose, anche rigorosa, ma un angelo!... Suo padre,
povero vecchio, che cosa ne pu se la sua malattia ci ha dato tanto da
fare? Il signor Cesare  una perla... Oh! eccolo appunto.

Cesare entrava; il servo riprese con zelo la sua finzione di
spolveramento. Scambiate appena alcune parole con Emilio, il fratello
di Matilde, come soleva, offr dei sigari e apr la cassetta. Il
domestico raddoppi di ardore nell'agitare lo strofinaccio.

--Ah, ah! sclam Cesare che si accorse della sparizione dei migliori
sigari. Qui c' stato un leva ejus... Battista, sapresti darmene
notizia?

Il domestico volt verso il padrone una faccia stupidamente franca e
sicura.

--Notizie di che? disse.

--Dei sigari che mancano.

--Oh! ce ne mancano?... Io non so nulla: io non ho manco mai visto che
l dentro ci fossero dei sigari.

Cesare stava per montare in collera.

-- vero, salt su Emilio: Battista non ne sa nulla, e non ne pu
nulla, perch quei sigari sono io che te li ho presi.

--Tu!

--Ne sono rimasto senza; me no son fatta una piccola provvista, che ti
restituir alla prima occasione.

--Va bene, va bene: non parliamone pi.

Battista guard Emilio coll'aria stupita e quasi spaventata, che
avrebbe avuto vedendo qualche mostro meraviglioso e arross
leggermente sotto le lentiggini della sua carnagione: poi gir
vivamente sui tacchi e usc sollecito, forse per andare a meditare
intorno a quell'indovinello, di cui non gli si presentava subito la
soluzione.

Emilio aveva ammirato la franchezza di menzogna in Battista che, come
non aveva scrupoli a rubare i sigari, poteva, per interesse, non
averne nemmeno per altre azioni od omissioni. Da quel giorno ogni qual
volta s'incontravano il signor Lograve e il servo Battista, quegli
aveva un sorriso di compiacenza protettrice, quasi di segreta
intelligenza, e questi abbassava gli occh e tirava dritto a capo
chino. Vi era quasi una tacita complicit fra quei due, e il servo
sentiva come se l'amico dei suoi padroni gli avesse lanciato nelle
carni un uncino e lo tenesse per esso, e anzi questo uncino penetrasse
ogni giorno pi addentro. Emilio trattava quel servo coi modi pi
amorevoli e generosi; lo chiamava suo caro, aveva sempre un elogio da
fargli, e prendeva ogni menoma occasione per dargli delle buone
mancie, a lui e a Lisa la cameriera.

Un giorno, venuto a fargli una commissione da parte di Cesare,
Battista trov il signor Lograve in un lungo corridojo della sua
abitazione, ch'egli aveva ridotto a tiro a segno, dove ogni giorno si
esercitava per delle ore colla pistola da sala.

--Lo disturbo? disse Battista rimanendo sulla soglia.

--Niente affatto: parlate pure, e io intanto continuo il mio tiro.

Mentre Battista espose la sua ambasciata, Emilio cacci tre pallottole
nel centro del bersaglio, l'una spingendo dentro l'altra.

--Corpo di Bacco! esclam il servo meravigliato. Che sicurezza
d'occhio e che fermezza di mano!

--Peuh! esclam con indifferenza Emilio, gettando in l la pistola; e
voltandosi a un tavolino dov'era un servizio da liquori, si mescette
un bicchierino di acquarzente che tracann d'un fiato. Ne caccierei
nello stesso buco cinquanta, cento delle pallottole, l'una dopo
l'altra.

--Ah! non sarebbe molto propizio alla salute l'andare a soffiare sotto
il naso di vossignora.

--Una volta s'aveva poco da scherzare meco; ero un solfino,
m'accendevo subito; ma ora ho messo tanto ghiaccio nel mio sangue, che
a farlo ribollire ce ne vuole!...

Battista, compiuta la sua missione, prendeva commiato.

--Aspettate, gli disse Emilio. Assaggiatemi un po' questo cognac.

E gli mescette un buon bicchierino, atto a sciogliere lo
scilinguagnolo.

--Ditemi un po' se vi gusta.

--Oh! eccellente! esclam Battista, centellinando quel fuoco
liquefatto e facendo schioccare la lingua contro il palato.

--I vostri padroni non ne hanno di simile.

Battista fece un gesto evasivo.

--Non  punto cattivo quello di casa Nori, ma io ritengo che il mio 
migliore. Che cosa ne dite?

--Mah!... non saprei... Quello di casa non l'ho mai assaggiato.

--Possibile. Avete avuto tanto scrupolo?

--Sissignore... Gli  che lo tengono sotto chiave.

--Ah!...

--Gi, in casa tutto  chiuso a chiave: vino, liquori.

--Sigari? soggiunse Emilio sorridendo.

--B!... Il signore vuol dire?...

--Voglio dire, s'affrett a interrompere Emilio, che  un brutto
sistema, quello di non lasciar godere alla servit quel poco di buono
che c' in casa. Per me i servi sono parte della famiglia, e quello
che  mio  anche loro.

--Oh bravo! Lei s ch' proprio un buon signore!

--La pi rigorosa dev'essere madama, mia cugina.

--Proprio!

--C' quella buona Lisa, la cameriera... bellina, non  vero?

--Peuh! fece ipocritamente Battista, chinando gli occh.

--Scommetto che vi piace.

--Oh! io faccio i miei affari e lei fa i suoi.

--Ne son persuaso... Ebbene, volevo dire che quella buona ragazza  un
po' vittima dei capricci della padrona.

Battista allarg lo braccia, si strinse nelle spalle colla diplomaza
d'un ingenuo che non vuoi dir nulla.

--Voi siete affezionato al Nori, e non ne lascierete il servizio, a
nessun patto, non  vero?

--Sono affezionato ai miei padroni... sissignore... Uscire di quella
casa... sicuro... che mi farebbe dispiacere... Ma per... sa bene...
se si pu migliorare il proprio stato... onestamente, s'intende... 
da matto il non farlo.

--Quanto vi danno al mese?

--Trenta lire... e non  molto.

-- poco, in verit, per un uomo come voi... Ci sono di quelli che non
vi valgono che guadagnano cinquanta, sessanta lire.

Battista mand un gran sospiro.

--Eh, bisogna nascere fortunati a questo mondo.

--Ma la fortuna vuol anche essere cercata.

Il domestico fiss i suoi occhietti furbi, penetranti, nel sorriso
compiacente e incoraggiatore del Lograve.

--Se alcuno mi ci ajutasse... se s'interessasse per me... Dove sono
non ci sto male, non mi lamento, ma via, se potessi stare anche
meglio...

--Chi sa! disse con aria misteriosa Emilio, chi sa che un'occasione
non si presenti, in cui io stesso possa far qualche cosa per voi!...

--Ah, signore!... Le sarei tanto riconoscente!...

Emilio mise mano al portabiglietti e fece scivolare nella destra di
Battista un fogliolino da cinque lire.

--Signore! soggiunse Battista con calore. Se mai avesse bisogno di me,
non ha che da comandarmi.

--Va bene, va bene... Chi sa?... Forse pi presto di quel che credete.




XII.


Era venuta l'estate, e la famiglia Nori stava per andarsene in
campagna: con lei naturalmente partivano i due Danzno padre e figlio.
Lograve fece venire Battista a casa sua.

--Voi m'avete detto, cominci tosto Emilio, che siete figliuolo d'un
mezzadro d'Alberto.

--S, signore.

--Siete dunque pratico di quel paese?

--Pensi un po'!... Ci sono nato, e non ne son venuto via che ai
diciott'anni... tutte le stati vi vado coi padroni a passarvi tre
mesi...

--Ed  proprio in quella fattora dov' vostro padre che i Nori vanno
a scampagnare?

--No, signore... La fattora non ha che gli edifici rustici. I padroni
abitano una villetta posta pi in su, a venti minuti di lontananza,
una bella villetta, bene esposta con una magnifica veduta, ma con un
palmo di giardino e niente pi.

--Se alcuno volesse andare a passare in quel paese una quindicina di
giorni, ci troverebbe una locanda?

--Oh, s, signore; ma una povera locanda dove starebbe male...  gi
migliore l'ostera di X... villaggio lontano di l un dieci o dodici
chilometri... bel villaggio, proprio alla frontiera verso la Svizzera.

--Di quello non m'importa... Vi parlo del vostro paese.

--Nel mio paese si potrebbe prendere in affitto una casina.

--Se ne trovano?

--Altro che!... Proprio attiguo alla villa Nori, c' un palazzotto, le
cui finestre guardano nel nostro giardino, tanto che il signor Alberto
lo voleva comperare per levarsene l'incomodo: ma il proprietario,
vedendo appunto che se ne aveva tanto desiderio, avanz pretese s
esagerate, da farlo mandare ai cento mila diavoli. Da parecch anni
quel palazzotto non fu pi abitato, e non s'ebbe a soffrire
l'incomodo.

--Vuoi dire che, se quest'anno fosse ancora libero, si potrebbe
ottenere a pigione?

--Senza dubbio.

--Or dunque voi mi dovete fare un piacere.

--Mi comandi.

--Se quel palazzotto non  affittato, prenderlo subito per me.

Battista lo guard stupito.

--Ah!

--E a qualunque prezzo.

--Ah! ripet il domestico.

--Voglio farne l'improvvisata ai cugini, ai quali non direte nulla di
nulla.

--Stia sicuro, non parler... E se mai, per caso, quel palazzotto non
si potesse avere?

--Mi cercherete qualche altra casetta, la pi vicina che sia
possibile... che ci sia da alloggiarvi me e il mio servitore... e mi
basta.

--Far di contentarla.

--Prendete. E diede al domestico un buon pizzico di biglietti di
banca. Se aveste a far spese, anticipazioni... caparre... mancie...
che so io... non voglio che restiate impacciato.

Battista intasc gravemente il denaro.

--Lasci fare a me: non rimarr impacciato in niente e per niente.

A villeggiare in quel poggio ridente, Matilde ci andava sempre di gran
voglia per tante ragioni; perch gli era un amenissimo luogo davvero,
perch col essa aveva passato i primi mesi del suo matrimonio in una
ebbrezza continua di felice trasporto, perch in quelle aure sanissime
i suoi bambini prosperavano a meraviglia, perch cessavano per lei
tutte le noje della vita mondana, essendo quel paese affatto deserto
di gente alla moda e di seccature eleganti.

Non c'era che una famiglia con cui scambiassero qualche visita, e
vicendevolmente inviti ospitali; ma questa famiglia villeggiava in
quel vicino villaggio X... nominato da Battista, e le relazioni con
essa non potevano turbare la libert e la pace delta vita famigliare
nella villetta.

A Matilde in quest'anno un'altra cosa piaceva della villeggiatura, ed
era di essersi per tre mesi liberata dalla frequenza in casa di
Emilio, del quale, se essa non nutriva pi sospetti, pure trovava
uggiosa la compagna.

Gli uomini invece rimpiangevano la mancanza del giovane: il padre
Danzno, sempre ancora deboluccio, desiderava i consigli e le cure
medicali del figlioccio, Cesare credeva che Emilio avrebbe trovato
modo di far passare pi gradevolmente certe ore che tornavano lunghe,
e Alberto medesimo, il quale aveva finito per abbandonarsi
completamente alla ostentata bonariet del Lograve, pensava che questi
non sarebbe stato di troppo in quella solitudine. Ma per Matilde il
tempo non era n lungo, n pesante: accompagnare a braccetto il padre
in passeggiatine, che a poco a poco ridonavano le forze al
convalescente; fare pi lunghe gite in quelle amenissime valli col
marito e bambini; giocare con questi, che riempivano la casa delle
loro risa; badare al domestico governo, cos che tutto camminasse a
perfezione con grande soddisfacimento di tutti i suoi, erano le sue
occupazioni ed essa non trovava mai che le sopravanzasse un'ora da
lasciar prender dalla noja.

Ed ecco una mattina, dopo forse due settimane che erano colass, gli
abitanti della villa Nori videro aprirsi le finestre del palazzotto e
uomini spazzare, ripulire, spolverare, lavar vetri, appiccar tende,
scuotere tappeti.

--Che novit  questa? disse Alberto di mala voglia. Sta a vedere che
ci viene a disturbare qualche seccante di vicino.

Battista fu mandato ad informarsi, e torn colla notizia che il
palazzotto era stato affittato per tutta la stagione, e che a giorni
stava per arrivare il nuovo pigionale.

Alberto lo mand di tutto cuore al diavolo. Che bestialit aveva
fatta, esclam, a non comprare ad ogni modo quella bicocca! Ora
avrebbero dovuto rassegnarsi alla seccatura di aver l a ridosso chi
sa chi, forse indiscreto, pettegolo, maligno, che poteva ficcare, ed
avrebbe ficcato il naso nei fatti loro. Almeno si sapesse chi fosse!

Battista, che aveva ascoltato colla sua aria da nesci, senza batter
ciglio, fu rimandato a interrogare, torn a riferire con aria, pi da
nesci di prima, che non si conosceva il nome del forestiero, ma che si
sapeva che era un uomo solo col suo servitore.

--Meno male! disse Alberto. Possiamo sperare di salvarci dai
pettegolezzi.

Non era passato il terzo giorno, quando una carrozza da posta
fermavasi al cancello della villa Nori, e gli abitanti di questa,
chiamati fuori dalla curiosit, videro scendere e penetrare con passo
affrettato in giardino Emilio Lograve. Esclamazioni di stupore, saluti
ed abbracci degli uomini. Matilde avrebbe fatto volentieri una
smorfia; fece in cambio un sorriso ospitale.

--Sei stato proprio buono a venirci fare una visita in questo deserto!
disse Alberto.

--Una visita! rispose Emilio con allegra baldanza. Ah, credete di
liberarvi di me come di una visita? Sapete una cosa? Partiti voi, mi
sono accorto che era un'uggia insoffribile il rimanere in citt. Ho
fatto su le mie valigie, ed eccomi qui per non andarmene via pi che
quando ve ne andrete voi altri.

Matilde questa volta non pot dissimulare la smorfia: la fece appena
visibile, ma la fece.

--Mi rincresce, rispose Alberto, che la casa  piccola e non possiamo
offrirti che una cameretta...

--Ma io non ho bisogno di camera nessuna, Ci ho il mio quartiere...

--Dove?

--L, in quella casetta, se non isbaglio, che mi attende a finestre e
porte spalancate.

--Come! sei tu il pigionale del palazzotto?

--Sono io.

--Tanto meglio! Bravissimo! Ecco una bella idea!

Emilio fu subito un prezioso compagno; lui a regolare dieta e
passeggiate del convalescente e somministrargli farmaci opportuni; lui
a guidare per quelle amene colline escursioni che riuscivano
salutifere e dilettevolissime ai grandi e ai piccini; lui a sollazzare
questi ultimi con giuochi, racconti ed eserciz ginnastici; lui a dare
al padrino la soddisfazione di vincerlo agli scacchi, a far la partita
al bigliardo con Alberto e con Cesare; lui a fare a questi due da
maestro di caccia, mandandoli sempre pi meravigliati della sua
abilit di tiratore di cui poi e l'uno e l'altro narravano a gara in
famiglia le stupende gesta. Matilde, senza dirsene chiaro il perch,
udiva sempre quei racconti con una mala voglia che era quasi un
presentimento di male.

Quella di Emilio fu una perfezione di dissimulazione che avrebbe
ingannato qualunque. Eppure uno vi fu che riusc a travedere sotto
quella maschera; e fu Battista. Egli sorprese due o tre volte lo
sguardo ardente, cupido che il giovane, quando non visto, lanciava su
Matilde; e cap allora in gran parte quello che non si era saputo
spiegare. Il sedicente suo protettore sperava giovarsi di lui per le
sue mire segrete sulla padrona. Ma in che modo? Chi sa? Egli avrebbe
fatto mostra di nulla, avrebbe aspettato, e poi, secondo le proposte e
le condizioni e i casi, sarebbesi deciso.

Non gli venne l'idea che sarebbe stata opera buona l'avvertire il
padrone: ma questi avrebbe egli creduto? Era facile ancora che se la
pigliasse con lui, improvvido denunciatore, che non aveva nessuna
prova da fornire della sua accusa. E Battista continu nella sua
profonda aria da nesci.

Se Battista aveva penetrato in parte il segreto del signor Lograve,
questi, acuto e minutissimo osservatore, aveva scoperto un pari
segreto di Battista; del qual segreto egli aveva gi avuto sentore,
fin da quando erano ancora in citt. Un giorno, avutolo in disparte,
egli disse al servo a bruciapelo:

--Briccone!... Tu te la intendi affatto con Lisa.

Battista arross fino agli occh.

--Non  vero, grid: neppur per sogno.

--Sfacciato bugiardo! Chi  che la notte pian piano sguscia nel
giardino e se ne va alla finestra dell'anticamera, dove apparisce una
forma femminile con cui, traverso l'inferriata, scambia strette di
mano, e anche baci... e discorsi che non finiscono pi?

--Lei ci ha visti?

--Come ti vedo in questo momento, dalle mie finestre, caro mio: la
notte io dormo poco.

--Ah! signore, per carit non ci rovini.

--Che paura ci hai?

--Ci manderebbero via tutt'e due, e saremmo in mezzo alla strada...
Quando Lisa  venuta in casa, siccome  belloccia, la padrona mi fece
due righe di sermone per proibirmi di farle il galante, e il signor
Alberto, senza tante frasi, soggiunse che appena s'accorgesse di
qualche famigliarit fra di noi, ci avrebbe messi alla porta ambedue.
Che vuole? Forse appunto perch la era il frutto proibito, me ne sono
innamorato; essa mi corrispose, e poich di giorno ci  impossibile
stare a parlare insieme, e di notte essa dorme a un capo della casa e
io dall'altro senza possibile comunicazione, abbiamo imaginato di
trovarci insieme a quel modo.

--E che intenzioni sono le tue?

--Le pi oneste del mondo; sposarla... quando ne avessi i mezzi. Ma in
questa casa ci  impossibile; e trovarci un'altra casa conveniente per
tutt'e due non  s facile. Per ci avevo accettato con premura certe
sue offerte, o meglio promesse...

--Non ho dimenticato quello che ti ho detto; e non andr forse molto
tempo che ti lever di impiccio.




XIII.


Ai primi di settembre nel villaggio di X... aveva luogo la gran festa
patronale, che con fiera e pubblici divertimenti durava tre giorni:
era la maggiore e pi splendida di tutta quella contrada, e chiamava
un popoloso concorso di gente da tutta la provincia. La famiglia
conoscente dei Nori aveva fatto loro e ripetuto pi volte con
insistente premura l'invito di recarcisi e passare col almeno due di
quei giorni festajuoli.

Matilde, gi poco disposta ad accettare, ebbe buona ragione al suo
rifiuto nella salute del padre, che da qualche giorno erasi
peggiorata; ma Alberto, temendo offendere quella buona famiglia,
stimolato da Cesare, che desiderava di rompere con qualche
divertimento la monotona di quell'esistenza, decise di andarci egli
col cognato, e di assistere al gran ballo che davasi in quella casa la
sera appunto della festa religiosa. I due cognati sarebbero cos
partiti alla mattina della domenica per tornare alla sera del luned.

Al sabato vi fu, fra Lograve e il servo Battista, un segreto,
importante colloquio.

--Caro mio, cominci il primo,  venuto il momento in cui io posso, e
sta in te ch'io voglia, mantenere le mie promesse, ed effettuare i
tuoi pi cari desider.

--Come sarebbe a dire? domand Battista coll'aria diplomatica d'uomo
che si dispone a difendere con pertinacia e senza discrezione i suoi
interessi.

--Sarebbe a dire che per isposare la Lisa e vivere felice, non hai che
da volerlo.

--Altro che lo voglio!... Lei dunque ne ha trovato i mezzi?

--S.

--Una buona casa in cui servire ambedue?

--Meglio; una buona somma che pu essere la sorgente della vostra
fortuna.

--Ah! esclam il servo con poco entusiasmo. Pu essere la sorgente non
vuol dire ancora che sia la fortuna.

Emilio guard stupito quel giovane che a un tratto aveva smesso la sua
aria da nesci, e lasciava travedere nello sguardo sicuro una ferma
risoluzione.

--Nelle mani d'un uomo intelligente, destro, risoluto, come m'hai
l'aria d'essere tu, diventer una fortuna senza fallo.

--E qual  codesta somma?

--Diecimila lire! pronunzi lentamente Emilio spiccando chiare chiare
le sillabe, per fare maggiore impressione sul suo ascoltatore.

--Ah! fece il servo, impassibile, chinando il capo e gli occh, e non
disse altro.

--La ti va? domand Emilio dopo una pausa.

Battista guardava sempre fissamente la punta delle sue scarpe.

--Diecimila lire... peuh! disse poi con calma indifferente, al giorno
d'oggi... peuh!... e per prenderle non avrei che da tendere la mano?

--Poco di pi.

--Che cosa?

--Senti una supposizione. Una notte, tu sei solo a difesa della casa
della padrona, perch il marito e il fratello di costei sono andati...

--Alla festa di X... sugger freddamente Battista.

--Sono assenti, fin Emilio la sua frase. Or bene, a un dato momento,
s'introduce in casa un uomo...

--Un ladro?

--No... uno che ha qualche segreto interesse a sbrigare...

--Colla signora Matilde?

Emilio guard un momento in silenzio il domestico; poi soggiunse
abbassando la voce:

--Mettiamo che la signora si spaventi e gridi ajuto, tu cosa faresti?

--Accorro e getto quell'uomo dalla finestra.

--Quell'uomo pu venire armato e avere tanta abilit da non isparare
un colpo di pistola in fallo.

--Come lei!

--Ti faresti fracassare la testa?

--Credo che non avrebbe pur tempo a sparare, perch gli sarei addosso
d'un salto, e con queste mani lo strozzerei come un pollastro prima
che dicesse ahi!

E tese innanzi due manaccie che promettevano di essere fedeli e
esecutrici di quel programma.

Egli guard quelle manaccie, la complessione tarchiata e il collo
torso del giovane, e cap che nel caso non ci sarebbe stato da
scherzare.

--Ma, soggiunse, per evitare ogni disgraziata conseguenza, il meglio
sarebbe che quell'uomo e tu non vi trovaste al cimento.

--Che quell'altro non venisse?

--No... che tu non vi fossi.

--Ah, ah! Come?

--Se, per esempio, quella medesima sera tu di cheto te ne partissi con
la Lisa per essere felici insieme... altrove...

--Capisco!... Ma ci resterebbero in casa la cuoca e il padre della
signora...

Lograve fece un gesto che significava non importargliene.

--Capisco! rispose Battista con accento pi malizioso. La cuoca dorme
in alto, dall'altra parte della casa, e non potrebbe sentire... Ma il
signor Danzno, la cui camera non  lontana da quella della signora
che di pochi passi?

--Veniamo a noi! interruppe con qualche impazienza il tentatore.

--Capisco! ripet ancora il servo, di cui l'accento e il contegno
pigliavano una sempre pi insolente famigliarit, questo  l'affare
di... di quell'uomo... Veniamo a noi, come lei dice. Io dunque dovrei
partirmene?

--Partendo, darmi la chiave dell'uscio di casa.

--E per codesto che lei domanda, avrei diecimila lire?

--Contanti.

Battista appoggi il gomito destro sulla mano sinistra, e
accarezzandosi il mento colla destra disse, gli occh impertinenti
fissi sul volto del Lograve:

--Sa una cosa?... Che per quello che lei vuole, diecimila lire sono
troppo poco.

--Ti pare?

--Assai troppo poco, Quella chiave ha un prezzo molto maggiore.

--Quale, per esempio?... Sentiam il tuo parere.

--Non tocca a me il dirlo... Tocca a lei che vuole procurarsela...

--B... accresciamola della met: quindicimila lire.

Battista rimase impassibile, fregandosi sempre il mento.

--Diamine! riprese Emilio. Bada che, per voler troppo, perderai tutto.

Il servo si rizz del busto e prese una mossa solenne.

--E chi le dice ch'io voglia qualche cosa? Oh non pu nemmeno supporre
che la mia onest sia superiore alla tentazione di qualunque somma?
Non sa ch'io sono affezionato ai miei padroni? Non pensa che il mio
dovere  d'andare a svelar tutto al signor Alberto... e che ci vado?

Mosse alcuni passi verso l'uscio: Emilio, diventato livido in volto,
gli si gett dinanzi.

--Tu non uscirai, gli disse con voce soffocata dall'ira. Il segreto
che tu hai  un segreto mortale: se una parola di esso ti sfugge dalla
bocca, te lo giuro per l'anima mia, t'ammazzo come un cane.

Battista s'arretr spaventato, tanto era terribile la figura di quel
tristo.

Successe una pausa. Emilio, rifattosi calmo, s'avvicin alla finestra,
e trasse di tasca la rivoltella di cui andava sempre armato.

--Signore! esclam Battista allibbito.

Ma l'altro, senza badargli:

--Come volano ratte quelle rondini! Ma vola pi ratta la palla della
mia pistola.

Spar senza mirare e una rondinella cadde morta nel giardino.

--O signore! disse il servo sbalordito. Il suo occhio e la sua mano
sono infallibili... Lo so.

--Or dunque, riprese il Lograve, affatto in calma, tu hai da
scegliere: o servirmi come voglio o raccomandarti l'anima.

--C' ancora una terza uscita, disse Battista tuttavia turbatello. Io
non la servir, ma le prometto di tacere...

--Non mi basta, proruppe l'altro. Quest'occasione che si presenta,
sono anni ed anni che l'aspetto. Ho lavorato per farla nascere, per
potermene giovare, con intensa tenacit: non la torner forse mai pi.
Non posso rinunziarvi... Ebbene, s, tu hai ragione; la chiave che io
ti domando ha un valore immenso per me. Sono pronto a tutto per
averla... Vuoi ventimila lire?

Un'ondata di sangue sal al capo di Battista, le vene del collo gli si
gonfiarono; un'aspra lotta si combatteva in lui; perch il tentatore
non gli potesse leggere nell'anima, egli si copr colla destra gli
occh.

L'insidiatore insisteva:

--Siamo a due passi dalla frontiera, tu colla tua Lisa in due ore sei
fuori... Porti teco in tasca la fortuna, l'indipendenza tua e di tua
moglie...

Il servo non abbass la mano dalla fronte, e con voce che appena
s'udiva, domand:

--Ventimila lire?... Quando me le darebbe?

Emilio ebbe sulle labbra un fugacissimo tristo sogghigno. La sua
penetrazione non l'aveva fatto sbagliare sul conto di quel giovane.

--Al momento stesso in cui tu mi consegnerai la chiave, rispose.

Battista abbass le braccia lungo la persona nella mossa del rispetto
e tornando nel contegno umile d'un domestico bene ammaestrato, disse,
gli occh vlti a terra, e un po' esitante:

--Signore... avrei da fare delle spese... anche per la Lisa... affine
di metterci in condizioni di partire.

Emilio lev di tasca il portabiglietti, e cavatone due polizze da
cento lire, le porse a Battista.

--Prendi per le tue spese.

Il servo intasc inchinandosi e ringraziando.

--E ora, intendiamo per bene tutti i particolari, perch non nascano
imbrogli ed equivoci.

Battista usciva mezz'ora dopo dal palazzotto con tutte le occorrenti
istruzioni.




XIV.


Era una bella mattinata. Alberto e Cesare se ne partirono alla volta
di X..., in biroccino, con un giovane cavallo buon corridore, che in
meno d'un'ora si divorava quella strada. Emilio disse che avrebbe
passato tutta la giornata alla villa per far compagna al padrino e
alla cugina; e tenne la parola. Fu tutto attenzioni pel vecchio, tutto
cortesa per la giovane, tutto amorevolezza pei bambini. Soltanto pi
frequenti del solito scattavano dagli occh suoi quegli sguardi accesi
che parevano voler prendere possesso anche violento della bellezza di
Matilde. Battista li colse al volo pi volte e ad ogni volta e'
sentiva in s stesso un rimescolo che non sapeva bene se era rimorso,
rabbia contro s stesso e contro colui che l'aveva comprato. Intanto
alla sua amante, senza rivelarle il come e il perch, egli aveva
assicurato d'avere i mezzi d'un comune avvenire di godimenti e di
libert e che per lei non c'era altro da fare che partirsene di
nascosto con lui quella domenica a sera. A quell'amo ogni fanciulla di
tal condizione sarebbe stata presa; e ad esso morse pi facilmente la
Lisa, innamorata, la quale fu subito pronta al gran passo e anzi
impaziente di vederne arrivar l'ora. Battista invece, pi s'avvicinava
quell'ora, e pi sentiva accrescere un interno disagio, una tormentosa
inquietudine.

L'avvicinarsi d'un fatale momento, tante volte e per tanto tempo
pensato, voluto con intensit di proposito e per ogni sorta di mezzi,
poneva nel sangue d'Emilio un ardore febbrile, che, malgrado la forza
dell'impostasi dissimulazione, tratto tratto rompeva la corteccia
d'indifferenza per lampeggiare in quei certi cupidi sguardi. Matilde
sent una volta come una fiamma passarle sugli occh: era uno di quei
lampi delle pupille d'Emilio, che questi non aveva avuto tempo di
spegnere, di riparare dietro le palpebre, s improvvisamente ella
s'era volta verso di lui.

Un gran turbamento invase l'anima della giovane donna; di colpo
rinacquero in lei tutti i sospetti d'un tempo: la si fece subito nel
contegno pi fredda e pi fiera, tenne sempre a' suoi fianchi i
bambini. Emilio non mostr di accorgersene.

Alla fine del pranzo, al padrino che si lamentava della insistenza di
certi incomodi, Emilio disse:

--Ci proviene dalle notti insonni che lei passa. Quella pozione
calmante ch'io le ho ordinato non le fa pi effetto?

--Poco, rispose il padre di Matilde. Mi d una buona calma per qualche
ora, ma il sonno non viene, e a mano mano si ridesta l'agitazione.

--Vuol dire che il calmante  troppo blando: ne rinforzer la dose.
Questa notte voglio che ella dorma saporitamente d'un sonno solo fino
alla mattina: e vedr domani come se ne sentir bene.

--Bravo! Ne ho proprio bisogno.

La sera Emilio fece la solita partita a scacchi col padrino. Alle nove
Matilde and a mettere a letto i bambini, e alle dieci il vecchio
convalescente si ritir nella sua camera per coricarsi.

Emilio ve lo accompagn: lo ajut con amorevole garbo a spogliarsi,
salire nel letto, poi mescette in un bicchiere la pozione calmante e
vi aggiunse parecchie goccie d'una boccettina che aveva in tasca.

--Beva! disse al padrino porgendogli il bicchiere.

Ma il vecchio scosse la testa.

--Non ancora, rispose. Ora mi sento tranquillo, voglio aspettare che
incominci la inquietudine.

--E allora sar troppo tardi... Creda a me:  meglio non lasciarla
venire codesta inquietudine.

--Mi sento lo stomaco grave... Ho paura di non digerire la cena... Se
mi caccio quel liquido nel ventricolo temo di non sopportarlo.

--No, no, disse con qualche impazienza il figlioccio; pi tarda, e
meno ne avr l'effetto. Su, animo!

E porse di nuovo il bicchiere.

Ma per un capriccio di convalescente il Danzno resistette.

--Lo piglier pi tardi, ti dico... Lasciamelo l sul comodino.

Emilio ebbe un movimento di contrariet che represse a stento: poi
temendo, coll'insistere, di destar sospetti, depose il bicchiere e
disse con mellifluo tono di amorevole rimprovero:

--Ha torto, padrino. Lei si ruba qualche ora di buon sonno... Ma
almeno mi promette che lo prender?

--S, te lo prometto.

--Sicuro? sicuro?

--Eh diamine! Sai pure che mantengo sempre le mie promesse.

--Ci conto... Mi preme troppo il suo benessere.

--Caro Emilio!... Sta tranquillo; fra mezz'ora avr bevuto tutto.

Il giovane, accomodato bene le coperte intorno al giacente, e datogli
la buona notte, and a raggiungere Matilde nel salottino.

--Vuoi tu vegliare ancora un poco? le chiese.

--No, ella rispose, sono stanca; vado subito a letto.

E suon il campanello.

--E allora, soggiunse Emilio, non mi resta che augurarti la buona
notte e andarmene... Tu andrai certo ancora a dare un bacio a tuo
padre.

--S.

--Ebbene, non dimenticare di fargli bere la pozione che gli ho
preparata...  indispensabile.

--Va bene.

Battista comparve sulla porta.

--Mandate Margherita a dormire, gli disse la padrona, dite a Lisa che
venga da me e chiudete tutto.

--La cuoca, rispose il domestico, si  gi ritirata lass nella sua
soffitta, e a quest'ora dorme che non la sveglierebbero i cannoni.
Lisa verr subito, e io chiudo ben bene, appena uscito il signore.

--Questo  un mettermi alla porta _in modis et formis_, disse Emilio
ridendo. Pazienza! Ci vado; buona notte.

--Buona notte!

--E non mi tocchi nemmeno la mano? soggiunse lui che le aveva porta la
destra.

--S, s... addio!

Matilde tocc leggermente colla punta delle dita la palma ardente del
giovane, e s'alz per entrare ancor essa nella camera da letto. Emilio
usc seguito da Battista.

Non si parlarono fino a che furono sulla soglia dell'uscio di strada.

--Fra mezz'ora a casa mia! disse Emilio.

--Sissignore.

--Colla chiave!

--Sissignore.

Emilio si mosse; il servo lo trattenne per la falda dell'abito.

--E la somma? domand,

--L'avrai nello stesso momento; non dubitare.

Lograve s'allontan ratto, e il rumore de' suoi passi presto si
perdette nella notte che era oscura e nebbiosa.

Battista rimase sulla soglia a guardargli dietro finch lo vide, sent
il rumore dell'uscio del palazzotto che si apriva e si richiudeva, poi
rientr, crollando il capo e masticando fra s colla mala voglia di
chi ha un gusto amaro in bocca.

Matilde entr nella camera dei bambini. Essi dormivano cos
saporitamente e in cos graziose mosse di abbandono, che un sorriso di
beatitudine si disegn sulle labbra della giovane madre; essa li baci
dolcemente uno per uno e torn nella sua camera. L trov Lisa venuta
al suo comando.

--Aspetta un momentino, le disse, vado a salutare mio padre.

Questi sorrise lietamente nel vedere sua figlia.

--Stanotte sei vedova, le disse scherzando. Non avrai mica paura a
dormir sola?

--No, certo: di che cosa dovrei aver paura?

--Di ladri no, ch in questo paese non ve ne sono. E poi, soggiunse
col medesimo tono di scherzo, ci sono io qua: e ci avresti un forte
campione a difenderti. Dormi dunque tranquilla, anche in assenza del
marito.

--Hai bisogno ancora di qualche cosa?

--S: dammi la mia solita pozione. Emilio ha insistito tanto perch la
prendessi.

--E l'ha ripetuto anche a me.

Matilde prese il bicchiere e lo porse al padre. Ci sent un forte
odore di amandorle che le altre sere non ci aveva sentito mai.

--Questa non  pi la solita? disse al padre.

--S; ma Emilio vi aggiunse alcune goccie di non so che per renderla
efficace.

E cos dicendo cominci a bere. Una strana, vaga, indefinita idea, ma
un'idea di paura attravers come un lampo la mente di Matilde; essa
tolse vivamente il bicchiere dalle labbra e dalle mani del padre
quand'egli aveva appena bevuto un terzo del farmaco.

--Basta, gli disse, ho paura che il berlo tutto ti faccia male.

--Perch?

--Ha un odore cos forte!... Emilio potrebbe avere sbagliato nella
dose...

--Eh via!... egli cos riflessivo!

--Dammi retta per farmi piacere.

--Veramente stasera ci trovo un gusto diverso... Ma bada che se poi il
sonno mi fugge...

--Senti; se il sonno non verr, chiamami, e verr io stessa a porgerti
il rimanente di questo farmaco.

--Va bene... E ora vattene a letto anche tu.

Matilde pose un bacio sulla fronte del padre; accomod la lampadina
perch la luce non desse fastidio al giacente, e s'allontan in punta
di piedi. Lisa era cos assorta ne' suoi pensieri che non sent venire
la padrona, e questa la dovette toccare sulla spalla.

--Sei incantata?

--Oh scusi.

Le mani della cameriera, nello spogliare Matilde, tremavano
siffattamente che la padrona, stupita, osserv meglio la fisionomia
della giovane. Vi scorse un'agitazione, un turbamento, quasi le mostre
d'un affanno.

--Che cos'hai? le dimand amorevolmente.

--Nulla, nulla, rispose Lisa colle labbra pallide e tremanti.

--Eh via! non mentir meco. Hai qualche dispiacere? T' capitata
qualche disgrazia?

--Ma no... no, signora... le assicuro.

--Dimmi la verit. E se io posso qualche cosa in tuo ajuto, parla con
fiducia, che ti prometto di far tutto che sta io me.

--La signora  troppo buona! esclam la cameriera commossa, ma non ho
nulla davvero.

--O forse non istai bene?

Lisa s'affrett a prendere questa scappatoia.

--Ecco... s, signora... la  cos... Da un po' di tempo non ist
bene.

--Che cosa ti senti?

--Ma... capogiri... languori... affanni... agitazione... un malessere
generale... Ho paura di non poter continuare nel servizio... penso che
dovr abbandonare la casa... lei.... e questo pensiero mi  cos
doloroso, mi d tanta pena, che....

E scoppi in pianto.

--Via, via, disse Matilde con sempre maggiore amorevolezza; non
crucciarti cos... consulteremo un medico... ti faremo guarire senza
che tu abbia ad abbandonarci... Sono contenta di te, ti voglio bene, e
sarai trattata come una della famiglia.

--Ah! signora! Lei  un angelo! esclam Lisa sempre pi commossa, e,
afferrata una mano della padrona, la copr di baci e di lagrime; poi
con uno sforzo si tolse di l e usc ratta dalla camera senza pi
aggiungere parola.

Matilde pens subito richiamarla, ma poi avvis meglio aspettare il
domattina a interrogarla pi particolareggiatamente; e senz'altro si
pose a letto. Una preoccupazione, quasi una mestizia le si aggrav
sull'anima al trovarsi sola (ed era la prima volta dacch era moglie)
tutta una notte in quella vasta camera, dove aveva passato ore cos
felici, e dove ogni sera, in confidente abbandono, si versavano
amorosamente l'una nell'altra l'anima sua e quella dell'innamorato
marito.

Era una vasta camera, in fondo alla quale si apriva un'alcova, dove
stava il letto conjugale. Due sole porte erano in quella stanza; l'una
comunicava col resto della casa per un andito, nel quale a pochi passi
era l'uscio della camera del padre: l'altra porta metteva nelle due
camere in cui dormivano i bambini.

Matilde spense il lume e cerc dormire, ma il sonno fu ribelle. Strane
fantase e bizzarre chimere passavano pel capo di lei, come imagini di
sogno, o vaneggiamenti di mente confusa: e in quel turbinoso
succedersi di ombre, di scene, di vedute, tornavano pi nette ed
insistenti, e non sapeva perch, le memorie del duello di Alberto con
Emilio, e la pozione soporifera del padre con quell'odore acuto, e lo
sguardo di fuoco, quasi feroce di Emilio: pens ad una vendetta di
quest'ultimo, ma quale? Contro il padre? Contro di lei?... Oh quello
sguardo! E a un tratto le vennero alla mente il contegno e le lagrime
inesplicabili di Lisa. Finalmente si era oramai a mezzanotte quando
Matilde cominci a sentire il riposo scendere sul suo cervello e sui
suoi occh, e poco stante si addorment.

Lisa, uscita dalla camera della padrona, and a raggiungere Battista.

--Ah, mio caro, gli disse, tutta ancora in lagrime, con accento di
vivo dolore, non avrei mai creduto che ad abbandonare la signora
Matilde avrei provato tanta pena. Che buona padrona! Che creatura
angelica,  quella! Si merita davvero che il Signore le dia del bene.

--Pensiamo al nostro bene di noi, e lasciamo stare gli altri, rispose
Battista con impaziente malavoglia. Sei tu pronta?

--S.

--Dunque andiamo.

Nella giornata ambedue s'erano fatto un fardelletto delle cose loro
pi indispensabili e di pi valore. Battista aveva in segreto
noleggiato un biroccino, il quale doveva trovarsi allestito alle
undici a un dato punto della strada di X. I due fuggitivi uscirono
pian pian dalla villa, e Battista chiuse a chiave l'uscio dietro di
s.

Quando furono a pochi passi, Battista, deponendo il suo fardello a
terra, disse a Lisa:

--Aspettami qui: io vado per una commissione; in cinque minuti mi
sbrigo e poi ti raggiungo.

Lisa s'aggrapp al braccio del suo compagno.

--No, non lasciarmi qui, sola, di notte. Ho una paura maledetta.

--E di che cosa vuoi aver paura?... Qui a quest'ora non ci passa
nessuno... Ti dico che vengo subito.

--No, no; non ti lascio.

--Ma  necessario.

--Perch? Che cosa hai dunque da fare? Dove vai?

--Qui dal signor Lograve.

--A far che cosa?

--Un certo interesse che ho con lui... A te non importa il saperlo.

--E io ti dico che non rimarr qui ad aspettarti, che o ti accompagno,
o non ci andrai neppur tu.

--Brava! E allora tutto il nostro disegno va in aria.

--Come?

--Gli  lui che ci deve dare i denari.

--Il signor Lograve?

--S.

--E perch ce li d?

--Perch... perch... questo non ti deve importare.

--S che m'importa. Da bravo, non farmi dei misteri... Possiamo gi
considerarci come marito e moglie... e non ci devono essere segreti
tra di noi.

--Questo segreto, mia cara, non  mio, e non posso disporne... Ma
mentre noi stiamo qui a discorrere, il tempo passa, ed  tanto di
perduto. Suvvia, coraggio, Lisa, non farmi la femminetta; un minuto
solo e ti raggiungo.

--No, no, insistette Lisa stringendo pi forte il braccio di lui: non,
ist qui, neppure per tutti i tesori del mondo... Lasciami
accompagnarti.

--No, devo parlare a quel signore da solo a solo.

--Almeno fino alla porta... L vicino alla casa, pi vicino a te, non
avr pi paura.

--Ebbene, sia, vieni fin l... ma non cercar d'entrare.

--No, star fuori: ma se mai qualche cosa capitasse, che so io...
potrei chiamarti... e se mai tu sarai lesto ad accorrere, non  vero?

--S, certo.

Giunsero al palazzotto. L'uscio era socchiuso. Per la finestra aperta
di una stanza a terreno usciva nella notte un fascio di luce; traverso
quella luce si vedeva andare e venire l'ombra del Lograve che
passeggiava impaziente. Battista fece ancora a voce sommessa una
raccomandazione alla Lisa, ed entr. La stanza dove Emilio aspettava
era subito l a destra. Al passo del domestico Emilio si ferm e si
volse verso di lui; era pallido, coi lineamenti contratti; aveva una
profonda riga fra le sopracciglia e teneva le braccia serrate al
petto.

Nel pomeriggio egli aveva detto al suo servitore che preparasse la
valigia per una improvvisa partenza: egli sarebbe forse partito la
notte o la mattina seguente, e avrebbe poi scritto dove il servo
avrebbe dovuto raggiungerlo.

Rientrato in casa alle dieci, aveva domandato al domestico se i suoi
ordini erano stati eseguiti, al che il servo avendo risposto
affermativamente, egli lo mand a dormire, e rimase solo nella stanza
a terreno.

Sedette a tavolino e scrisse la lettera seguente:

        _Ad Alberto Nori_,

C' un uomo sulla terra, al quale io vo debitore delle pi fiere
angoscie: e quell'uomo sei tu.

Mi hai rapito ogni bene: mi hai insultato colla tua felicit. Sono
anni che aspetto la mia vendetta; e ora la stringo in pugno e me ne
appago.

Alla coppa d'amore di cui ti sei inebriato, ho voluto bere ancor io,
e ti lascio la coppa contaminata.

Vado in Isvizzera e vi ti attendo, se la rabbia e la vergogna ti
daranno tanto coraggio da venirci.

                LOGRAVE.


Ripigli il foglio, lo suggell e se lo mise in tasca.

Prima d'abbandonare la villetta Nori, avrebbe lasciato questa lettera
nella camera conjugale, stata teatro del suo infame attentato. Poi
scese nel salotto a terreno ad aspettare con quella nervosa febbrile
impazienza che non lo lasciava quetare.

--Si pu? disse Battista, affacciandosi all'uscio.

--Avanti! comand Emilio con voce rotta, imperiosa. Ti sei fatto molto
aspettare.

--Ho fatto pi presto che ho potuto.

Emilio, a cui premeva venire al sodo, lo interruppe piantandogli in
faccia quel suo sguardo maligno.

--E dunque?

--E dunque eccomi qua.

--La chiave?

--L'ho meco.

--Dammela.

--S, signore, ma prima.... Ella capisce.... Lei sa...

--Vuoi i denari?... Eccoli.

Gli gett una busta che Battista afferr vivamente; accostatosi al
lume, il servo apr la busta e si mise a contare i biglietti.

Lisa, di fuori, udite le voci dei due uomini, non pot frenare la sua
curiosit: si accost piano piano alla finestra aperta, e tenendosi
cautamente nell'ombra pot vedere e udire quanto avvenne e si disse
nel salotto.

Dopo avere passato uno per uno i biglietti, Battista lev il capo, e
disse con accento di rimprovero:

--Signore, mi mancano duecento lire.

--Come?

--Sissignore. Lei mi ha promesso ventimila lire; qui ce ne sono
diciannovemila e ottocento. Mancano duecento lire.

--E le duecento che t'ho date jeri?

--Ah! quelle erano per le spese indispensabili per la riuscita del
disegno. Devono essere all'infuori del prezzo convenuto.

--Questa non me l'aspettavo.

E Battista con insolenza:

--E io da lei non m'aspettavo una simile piccineria.

Emilio arross di sdegno; ma si contenne; lev di tasca due biglietti
da cento e li gett al servo senza parlare.

Battista li prese, li mise accuratamente nella busta cogli altri e la
busta in tasca; si abbotton bene il soprabito, fece un leggiero
inchino e disse laconicamente:

--Va bene!

--La chiave? ridomand con voce fremente Emilio, colla mano tesa che
tremava.

Il servo gli porse la chiave che Emilio afferr con avidit ancora
maggiore di quella mostrata da Battista nel prendere i denari.

--La riverisco, disse Battista avviandosi.

Ma l'altro lo trattenne.

--Un momento. Entrato ch'io sia, non trover pi altro uscio chiuso
all'interno?

--No, signore.

--Sono tutti a letto?

--Tutti.

--Sta bene. Vattene e la fortuna ti accompagni.

Battista usc frettoloso: appena fuori si sent serrare fra due
braccia frementi; e una voce concitata, bench sommessa, gli disse
all'orecchio:

--Che hai tu fatto? Che cos' quella chiave? Perch il signor Lograve
ti ha dato tutti quei denari?

--Vieni, vieni, susurr Battista trascinando seco la Lisa, caricatosi
dei due fardelli. Ti spiegher poi.

--No, grid la ragazza, voglio saperlo.

Battista pens di gettar via i fardelli, di prendere alla vita la
giovane e portarla di peso fino al luogo dove si sarebbe trovato il
biroccino, ma prefer pigliarla colle buone.

--Tu ci vuoi rovinare... Ti dir tutto, ma vieni presto... Una parola
di troppo, e tutto  perduto. Io sar obbligato a fuggire e piantarti
qui.

Questa minaccia ridusse la Lisa cedevole. Correndo giunsero al
legnetto che aspettava; Battista vi cacci dentro Lisa, pose una
moneta in mano al garzoncello che teneva il cavallo, balz presso la
fanciulla, prese le redini, frust il cavallo e via di galoppo.

Emilio con un sogghigno mefistofelico stringeva in pugno la chiave
ricevuta da Battista, ed esclamava seco stesso:

--La tengo in pugno la mia vendetta, e il ripago di ogni mio tormento.

Guard l'orologio.

--Appena le undici e un quarto!... Come passa lento il tempo!... A
mezzanotte--fece un ghigno--l'ora dei delitti... e degli spettri... A
mezzanotte varcher quella soglia!

Quei quarti d'ora gli parvero eterni; eppure quando ud dal lontano
campanile del villaggio battere lentamente dodici rintocchi, si
riscosse come assalito da un subito terrore, guard il suo orologio,
per accertarsi che quel suono di campana non lo ingannava; prese e
intasc una rivoltella, e usc con passo guardingo, ma fermo. Giunse
alla porta, della villetta, e con mano sicura pose la chiave nella
toppa. L'uscio si apr.

Emilio entr pianamente; era cos pratico del luogo, che non ebbe
mestieri di accendere lume per passare l'andito, salire le scale,
percorrere il corridoio e arrivare all'uscio della camera in cui
dormiva Matilde.

Pensava:

--Purch non la si sia chiusa dentro a chiave! Ma l'avesse anche
fatto, poco importa: con una spalla faccio saltare la serratura: il
rumore non pu svegliare che lei... Ed entrato ch'io sia!...

Prima di mettere la mano sulla gruccia di quella serratura, si ferm
un momento: poi piano piano tent la serratura; questa non era chiusa
che con una mandata della stanghetta a scatto; girando la maniglia
Emilio l'apr; cacci dentro la testa; tutta era bujo e silenzio; egli
entr.




XV.


Lisa non s'era acchetata. Mentre Battista badava a far correre il
cavallo con ripetute frustate, la fanciulla veniva tempestando il
compagno di domande, di supposizioni, di preghiere.

La sua accortezza di donna le aveva fatto capire le intenzioni del
Lograve. Era la signora Matilde abbandonata, senza difesa; la buona
signora Matilde tradita per quel denaro. Lisa si rivoltava contro tale
iniquit.

Quella signora, tutta quella famiglia, non avevano fatto che del bene
a loro due. Come aveva potuto dimenticarlo Battista?

Ah! la signora Matilde bisognava salvarla. Lisa voleva tornarsene
indietro, gettare in faccia a quello scellerato il suo denaro e lui
fuori dalla finestra. Quel denaro, prezzo di tanto delitto, avrebbe
loro recato sfortuna. Ella pregava, scongiurava, imprecava.

Battista non rispondeva nulla, non badava che a far correre il
cavallo; ma frattanto anche nel suo animo, gi travagliato da
un'intima scontentezza di s, le parole di Lisa riuscivano a far
nascere il rimorso.

Rinunziare a quella somma che teneva in tasca e di cui palpava di
quando in quando la grossa busta, quasi a persuadersi di realmente
possederla; rinunziare a Lisa, alla vita felice che aveva sognata e
cui credevasi pervenuto a procurarsi, no, non poteva; ma se ci fosse
pur modo di soccorrere la signora Matilde!...

Il cavallo correva sempre. Gi si vedevano le prime case del villaggio
di X, presso il quale bisognava passare per giungere alla frontiera.
Tutto il villaggio era immerso nell'oscurit, fuori d'un'elegante
villa, appartata dal resto dell'abitato. Era la villa degli ospiti di
Alberto e di Cesare, dove aveva luogo il ballo. Una subita idea
attravers la mente di Battista. Un difensore, un salvatore della
signora Matilde era trovato: il marito che se ne stava tranquillo a
quella festa. Lo disse alla Lisa.

--O Dio! esclam questa: ma i due uomini si sbudelleranno...

--Che! not Battista. Il signor Alberto con un pugno schiaccier
quella cimice del Lograve.

--Ma si arriver in tempo?

--Ah! esclam Battista allargando le mani e curvando le spalle per
indicare che questo sarebbe stato il compito della Provvidenza.

Ferm il cavallo e diede le redini alla Lisa.

--Aspetta qui due minuti... Vado e torno.

--Che cosa vuoi fare?... Cosa vuoi dire al padrone?

--Non lo vedr neppure... Lo far avvertire... Lascia, lascia fare a
me.

E prese la corsa verso la villa illuminata. Arriv nell'atrio di
questa, ansimante e con aspetto turbatissimo, cos che il domestico
della casa in cui s'incontr, prima stent a riconoscerlo, e poi si
sgoment nel vederlo a quel modo.

--Tu qui, Battista? A quest'ora!... Oh che cosa  avvenuto?

E il servo del Nori, mezzo trafelato:

--Di' subito, ma subito, al mio padrone e al signor Cesare che corrano
a casa... in fretta... senza il menomo ritardo... che corrano...
ammazzino anche il cavallo... ma volino.

--Che cosa c'?... Il fuoco?... La signora ha preso male?... Il padre
della signora?

--Non farmi interrogazioni... va e fa la commissione subito...

--Ti faccio venir qui il padrone.

--No, no: io non posso fermarmi... Bisogna ch'io vada... mi
raccomando... presto... presto per amor di Dio!

E senza voler aspettar altro, Battista volt le spalle, e se ne and
correndo com'era venuto. Raggiunse il carrozzino, ci salt dentro,
riprese le briglie, e via di nuovo al galoppo.

Se Alberto e Cesare, udito di questa comparsa di Battista e delle cose
da lui dette, si spaventassero,  facile a pensarci.

Imaginando chi sa quale disgrazia, fecero in un baleno allestire il
biroccino, e sferzando spietatamente il cavallo, andarono verso la
villa. Ma prima che vi giungessero, gi era suonato il tocco al
campanile del villaggio.

Matilde non avrebbe saputo dire da quanto tempo dormisse o meglio
fosse assopita, quando si sent scuotere come da un interno
commovimento, da un intuito instintivo che l'avvisasse d'un imminente
pericolo. Si drizz a sedere, volse intorno gli occh spalancati, vide
un uomo che entrava cautamente in camera, si fermava come incerto del
da farsi. Un grido le venne alle labbra, ma lo soffoc, perch,
coraggiosa com'era, serbando la calma dello spirito, pens allo
spavento che ne avrebbero avuto il padre, vecchio e malaticcio, e i
bambini che dormivano l presso. Si gett gi dal letto, e, riparata
dalla tenda dell'alcova, indoss in fretta e in furia una vestaglia da
camera che la copriva da capo a piedi, prima che l'intruso facesse un
atto o dicesse una parola. Poi essa afferr il cordone del campanello
allato al capoletto e gli diede una violenta strappata.

Emilio, nell'oscuro dell'alcova, s'accorse che la donna s'era mossa,
ma non pot vedere quel che avesse fatto; di colpo la vide, tutta
coperta di quella vestaglia, sbucar fuori dalle tende e correre verso
la camera dei bambini. L'idea di Matilde era precipitarsi col,
chiudersi dietro l'uscio a chiave, chiamare soccorso, e ad ogni modo
difendere i suoi figli.

--Matilde! disse Emilio con voce sommessa e per quanto pot soave. Non
ispaventarti... Sono io.

La giovane donna si ferm.

--Tu Emilio!... A quest'ora?... E come entrato? Che vuoi?

Le venne subito il sospetto del vero, e con questo sospetto un'ira che
le accrebbe il coraggio. Le pareva che un tristo simile, sarebbe
bastato ad annientarlo il suo disprezzo. Lo guardava con aria di
sicurezza e di sfida, e quello sguardo, nella penombra, luceva
stranamente.

Quello sguardo irrit ancora, se pure ne fosse bisogno, i feroci
propositi di quello scellerato.

--Che cosa voglio? egli rispose. Te lo dico subito... Ma siccome non 
cosa che si possa sbrigare in poche parole, se non ti dispiace,
accender un lume, perch possiamo vederci meglio in viso... e
sederemo sul sof per discorrere pi comodamente.

Sul piano marmoreo del camino stavano due candelabri con quattro
candele ciascuno. Emilio le accese tutte, poi si volse di nuovo a
Matilde. Questa si teneva stretta al seno la vestaglia colle braccia
incrociate ed aveva nel contegno, come in quello sguardo che gi era
balenato nell'ombra agli occh d'Emilio, una fierezza sprezzante e
indignata.

Era bellissima. La veste lasciava scoperta la base del collo,
modellata a perfezione, da cui con tanta grazia si ergeva quella
testolina leggiadra e ne appariva un poco del candore quasi
abbagliante del petto; le braccia tornite, degne d'una statua greca,
uscivano dalle maniche larghe, ricadenti; tutta la venust della ben
formata persona si scorgeva sotto le pieghe di quella veste che
l'avvolgeva.

--Dove hai tu presa l'audacia d'introdurti in questo modo, a
quest'ora, fin qui? diss'ella severamente.

--Dove l'ho presa? egli proruppe. Nel mio amore, che non solo  sempre
vivo, ma  pi forte che mai.

Matilde gli tronc la parola con un moto violento, e grid con forza:

--Non una parola di pi... Vattene!

--Andarmene cos subito? domand Emilio con insolente ironia. E puoi
crederlo, Matilde? Non riconosco il tuo buon senso. Capisci che non
sono giunto a questa riuscita senza aver vinto molte difficolt, e che
se ho voluto riuscirci  per ottenere qualche cosa di meglio di un tuo
rabbuffo. Ora, che matto o che imbecille sarei, se, appena entrato, mi
lasciassi cos di piano mettere alla porta?... Oib! Oib!... Ci sono
e ci resto.

E sedette tranquillamente sul sof.

Matilde lo guardava con uno stupore che cominciava a farsi
inquietudine.

--Sei matto o imbecille a credere che io tolleri pi oltre la tua
presenza, e stia qui a discuter teco.

E si mosse verso l'altro cordone di campanello che pendeva verso il
camino.

Emilio diede in una sghignazzata.

--Ah, ah! la scena da dramma francese. Si suona il campanello; accorre
un domestico tanto fatto, come Battista: Accompagnate il signore.

Matilde aveva dato una forte strappata al cordone.

--Tu straccerai inutilmente quel cordone, cara mia. Se non isbaglio,
hai gi suonato dall'alcova... Chi  venuto?... Ebbene, non verranno
di meglio adesso. Suonassi fin domani, nessuno verr... te lo assicuro
io.

--Tu hai comprato i miei servi?

--Sicuro! Senza di ci come potrei io essere qui?

Matilde si slanci verso l'uscio del corridojo; ma Emilio sorse di
scatto, le si gett innanzi, e la ferm afferrandole colle mani
ambedue le braccia.

--Che cosa vuoi fare?... Fuggirmi?... Impossibile.

Ella s'agitava per liberarsi; la veste le si apr di pi sul petto, e
gli occh di Emilio caddero sulle seducenti curve del seno; egli
strinse viepi quelle braccia, tanto da lasciare su quella morbida
pelle il livido dell'ammaccatura, le abbass di viva forza, si curv
su quel giovane femmineo corpo fremente, e stamp un bacio che pareva
un morso sul candore di quella spalla.

Matilde gett un alto grido di indignazione, di ribrezzo, di orrore.
Fece uno sforzo supremo e riusc a svincolarsi dalle mani di lui; lo
respinse lontano da s, e presa da un accesso di spavento si diede a
gridare:

--Ajuto! Ajuto! Lisa! Battista! Babbo!

Emilio stava innanzi all'uscio del corridojo ad impedirle il passo.

-- inutile ogni tuo grido, ogni tua smania. Te l'ho gi detto e te lo
ripeto; nessuno verr. Lisa e Battista, a quest'ora, sono lontani
delle miglia, e tuo padre, ci vuol altro che la tua voce a destarlo.

Queste ultime parole fecero correre un brivido di angoscia per le vene
di Matilde: ricord la pozione notturna, l'odore strano, le goccie
versate da Emilio. Si arretr di orrore.

--Infame! grid, tu hai avvelenato mio padre!

--Grazie della buona stima che hai di me: diss'egli con quel suo
odioso sogghigno. Gli ho dato del soporifero che lo far dormire
quieto quieto fino alle otto o alle nove. E vedrai come egli se ne
sentir meglio.

--Babbo! babbo! grid di nuovo Matilde disperatamente... Oh il mio
povero padre!... Voglio vederlo.

Ma Emilio non si tolse dall'uscio.

-- inutile, disse, tanto e tanto non lo sveglieresti; e, se riuscissi
a destarlo, gli nuoceresti assai.

--Non lo sveglier, ma voglio vederlo... Ah babbo mio! babbo mio!

Ed ecco dalla camera vicina la voce del padre risponderle fiocamente:

--Matilde! che c'!... Hai bisogno di me! Vengo vengo.

Matilde mand un grido di gioja, Emilio si morse rabbiosamente le
labbra.

--Ah! non ha bevuto! mormor fra i denti.

In quel momento la moglie di Alberto non pens ad altro, se non che la
presenza del padre la salvava da ogni pericolo.

--Oh vieni, vieni, babbo: grid.

--Che fai? le disse piano, ma con forza, Emilio. Come spiegheremo a
tuo padre la mia presenza qui?... Ami forse le conseguenze d'uno
scandalo?

-- vero...  vero: mormor la povera donna. No, no: grid verso
l'uscio, non venire... non scender di letto... vengo io da te...

Ma gi una mano si era posata sulla gruccia della serratura di fuori e
accennava ad aprire la porta.

Emilio si gett nell'alcova, dicendo a Matilde minacciosamente:

--Taci!... Non una parola... o guai!

E si nascose dietro le tende.

Il padre di Matilde entr. S'era gettato addosso anche lui una veste
da camera e veniva portando in mano la sua lampadina.

--Che cosa t' capitato? domand egli con inquieta premura.

--Nulla, nulla; rispose Matilde, gettandosi all'incontro del padre, e
quasi cercando impedirlo d'inoltrarsi. Perch sei venuto?... Scendere
cos di letto  un'imprudenza... Torna subito fra le coltri.

Ma il padre, insistendo benevolmente, s'avanz nella camera.

--Non ne soffrir... sta tranquilla... Come volevi che non venissi,
sentendoti chiamare ajuto?... Ma dimmi, che cosa  stato?

--Nulla, nulla; ripet Matilde. Un sogno... un cattivo sogno...
Svegliatami in sussulto, ho gridato senza saper bene io stessa...

Il Danzno and a posare il suo lume sul camino.

--E tutti questi lumi accesi?

--Li ho accesi io... per levarmi la paura.

Il padre sedette sul sof.

--Bene; star un poco a farti compagna.

--Oh! adesso  tutto passato.

--Sei per molto turbata ancora.

--Ho paura che tu ne soffra. Piuttosto t'accompagno io nella tua
camera, e sto l un poco al tuo capezzale... finch tu ti sia
riaddormentato... Quanto mi rincresce d'averti rotto cos il sonno!

--Non ero mica addormentato del tutto... Ero in una specie di
dormiveglia... Hai fatto male a non lasciarmi bere tutta la pozione
preparatami da Emilio... Avrei certo dormito tutta la notte... Sar
meglio ch'io beva il resto.

--No, no, s'affrett a dire Matilde. Abbi pazienza; quei soporiferi
conviene usarli con molta moderazione... Intanto torniamo a letto...
Vieni, t'accompagno.

Era pensiero di Matilde ricoverarsi cos nella camera del padre e
rinchiudendovisi con lui aspettare che il giorno venisse a liberarla.
Ma il padre adagiandosi sul sof, con una nuova compiacenza, disse:

--Aspettiamo ancora un poco... Ci si sta benissimo qui... Mi sento
prendere da una certa stanchezza...

--Ragione di pi per tornare subito in letto.

-- strano come la testa mi pesa...

--Vieni dunque...

--Andiamo.

Fece per alzarsi: ma in quella un subito pensiero attravers la mente
di Matilde. Ricoverata nella camera del padre, ella sarebbe salva; ma
la camera dei figli era aperta, ed essi rimanevano in bala di quello
scellerato che aveva dato prova di essere capace dei pi iniqui
propositi.

--Un minuto: ella disse. Do un'occhiata ai bambini, e poi sono con te.

Prese il lumicino del padre, e corse di l a contemplare i suoi figli,
quasi per attingere da quella cara vista nuovo coraggio, sangue freddo
e forza. Tornando indietro rinchiuse l'uscio a chiave e questa si
cacci in tasca.

Poteva ora allontanarsi tranquilla. Ma mentre essa passava innanzi
all'alcova, una voce sommessa, ma minacciosa, usc dalle tende.

--Se tu non sei di ritorno qui fra un quarto d'ora, andr io di l a
pigliarti a ogni costo.

Ella rabbrivid; ma non un lineamento della sua faccia si alter.
S'accost al padre con un sorriso.

--I piccini dormono... Vieni a fare tu altrettanto.

Il vecchio fece di nuovo per alzarsi, e non pot.

-- strana, balbett con lingua impacciata, mi sento mancare le
gambe... Oh come la testa mi pesa!... Ajutami.

Matilde lo prese per le mani e tent trarlo su; ma egli a un tratto
ripiomb di tutto il suo peso sul sof, e la testa gli cadde sul
petto.

--Babbo! babbo! esclam Matilde, scuotendolo.

Non ebbe risposta; il vecchio immobile, cogli occh richiusi, pareva
morto.

--O Dio! grid spaventata Matilde, egli  svenuto.

Una mano le si pos sulla spalla, e la voce d'Emilio, venutole presso,
le disse all'orecchio:

--No, rassicurati; egli non  che addormentato. Il soporifero, di cui
tu non gli hai lasciato bere che una parte, ha ritardato i suoi
effetti; ma pure ei ne ha bevuto a sufficienza per averne un sonno che
nulla potr interrompere, hai capito? _Nulla!_

Tocc la fronte e il polso del dormiente, sollev le palpebre e ne
osserv la pupilla volta in su.

--Per sei ore almeno quest'uomo  segregato dal consorzio dei viventi.

Matilde se ne scost fremendo; sentiva uno spasimo tale di odio, di
rabbia, di orrore, che se le fosse bastato dire una parola per
incenerire quello scellerato, essa l'avrebbe detta con volutt.

Successe un momento di silenzio. Si guardavano fronte a fronte quei
due, egli con la feroce impazienza della belva che si vede innanzi
senza scampo la preda, essa con quell'accesso di aborrimento, in cui
cominciava pure a entrare un'altra paura. Sentivano, sapevano ambedue
che qualche cosa di orribile stava per accadere fra di loro; e
parevano, lui esitare ad assalire, lei sperare col suo silenzio
d'indugiare lo scoppio.

Quell'angoscioso silenzio fu rotto da Emilio.

--Tu lo vedi, Matilde: non c' nessuno che possa venire a porsi fra
noi; tu sei completamente in mia bala.

--No! rispose levando fieramente il capo la giovane donna, con aspetto
di maggior coraggio e sicurezza che non fossero in lei, ma col cuore
che le palpitava da farle male. No, non sono in tua bala: fra di noi
v' il sacro capo incanutito di questo vecchio. Mi difende mio padre.

Emilio ebbe un diabolico sogghigno.

--Bella difesa, disse, un uomo che non sente e che non vede!

E il tristo fece un passo verso la donna. Questa si gett dietro una
tavola a farsene riparo.

--Come! esclam. Oseresti?

--Tutto! rispose con selvaggia energa Emilio. Tutto, ti dico: e
persuaditi bene che nulla... nulla, capisci... mi potr fare
rinunziare al mio proposito, n impedirmi d'eseguirlo. Ah! tu mi hai
respinto, disprezzato, amareggiato, abbeverato di fiele, con una
crudelt inesorabile... Hai tu creduto che il mio amore si estinguesse
per l'ira e pel dolore? No; si  anzi rinfiammato viepi, si 
invelenito, inciprignito...  un amore feroce, che forse somiglia
all'odio, ma che vuole soddisfazione... Da tanti anni ho vagheggiato
questo momento; l'ho voluto e l'ho preparato, mi sono corrosa l'anima
all'aspetto della felicit d'un altro, ho sofferto spasimi infernali,
ho dissimulato, ho sorriso. Sono diventato agnello... E ora che tengo
in pugno la mia vendetta, lo sfogo della mia passione, ora mi
arresterei a quattro tue parolette, alle tue lagrime, forse al muto
aspetto di quel vecchio addormentato? No. L'agnello scompare, si
rivela il leone, e a nulla serviranno le tue preghiere.

--E chi ti dice che io voglia pregarti? proruppe con fierezza Matilde,
riparata sempre dietro la tavola. Senti, Emilio! Fino da bambini, io
ho indovinato in te un'anima scellerata. Da ultimo ho fatto forza al
mio istinto che mi inspirava per te la pi viva ripugnanza. Ho avuto
torto... Ora ti odio e ti disprezzo... e piuttosto che subire pur
l'ombra d'un tuo oltraggio, preferisco la morte.

--Frasi! frasi!.... Veniamo ai fatti! disse Emilio, che si slanci
verso di lei per afferrarla.

Ella, smarrita, spaventata, si diede a fuggire per la stanza; ed egli
a rincorrerla coll'accanimento d'un segugio dietro la preda.

A un tratto l'idea venne a Matilde di salvarsi per la finestra.

Avesse anche dovuto uccidersi cadendo, si sarebbe ad ogni modo
sottratta a quello scellerato. Corse, vi giunse; ma le invetrate erano
chiuse; la sua mano, per l'agitazione, tremolante; e quando appena era
riuscita ad aprire i vetri, il suo persecutore le fu sopra, e
l'abbranc alle spalle.

O Dio! la finestra! diss'egli con feroce scherno. Che vecchiume! Roba
da romanzo di cinquant'anni fa... Via, via, non far pazze... Conserva
una madre ai tuoi figli... e fa felice, almeno per un'ora, un uomo che
fin da bambino ti adora.

Ella si volt in una specie di parossismo di rabbia, che aveva vinta
la paura.

--Lasciami! lasciami! grid, e gli cacci le mani nella faccia con
tutta la sua forza, raddoppiata dal furore.

Emilio non pot trattenere un'esclamazione di dolore.

--Ah, maledetta!... Tu hai la bellezza d'un angelo, ma gli artigli
d'un demonio... Angelo o demonio, io ti soggiogher.

Successe una ignobile lotta: la povera donna si difese con tutta
l'energa di cui era capace; ma la stanchezza sopravvenne, l'emozione
la vinse, il terrore l'invase: a un punto si sent mancare ogni
vigore, si sent perduta. Mand un grido acuto, quasi supremo appello
di soccorso, e mezzo svenuta s'accasci fra le braccia del suo nemico.

Egli, con un ghigno di trionfo, la trascinava verso l'alcova.

 . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Alberto e Cesare facevano galoppare senza interruzione a forza di
frustate il cavallo gi per la strada deserta, presi ambedue da
un'ansiet angosciosa e da una pungente paura, che s'accresceva ad
ogni momento. In tre quarti d'ora giunsero al punto in cui dall'alto
d'un poggetto vedevasi la villa: li sgoment maggiormente, nella
facciata scura, la finestra della camera coniugale vivamente
illuminata. Poi videro di quella finestra aprirsi le invetrate, e due
ombre, che non potevano discernere bene, agitarsi in quel quadro: una
di esse Alberto era sicuro che fosse sua moglie. Nuove frustate fecero
ancora pi precipitare la corsa del cavallo...

Erano a pochi passi, quando udirono suonare in quella quieta aria
della notte il supremo grido disperato di Matilde.

Alberto si precipit dal biroccino. Cesare ne segu l'esempio,
abbandonando a s il cavallo; corsero ambedue alla casa. Con mano
convulsa il marito di Matilde apr l'uscio di cui aveva seco la
chiave, e su per le scale, in due salti fu alla soglia della camera da
letto. Entrando vide in un batter d'occhio lo suocero disteso sul sof
come morto, e un uomo che trascinava il corpo inerte di Matilde. Colla
rapidit della folgore, disarmato com'era, ma col coraggio e le forze
raddoppiate dal furore, egli si slanci su quell'uomo, lo afferr al
collo, poco manc lo strozzasse, e lo avrebbe strozzato, se le braccia
di Emilio abbandonando Matilde, questa non fosse caduta a terra. Ma
essa aveva riconosciuto il marito, e un grido di gioja le usc in
quella dalle labbra col nome del suo salvatore.

--Alberto!

Questi lasci il collo di Emilio, il quale invano tentava con mani
convulse liberarsi da quella stretta; poi, dato un potente pugno sul
capo al creduto assassino, Alberto si affrett a sollevare la moglie.

Emilio, gi vacillante per la soffocazione, da quel colpo sulle tempie
fu mandato a rotolare tre passi in l sul pavimento.

Matilde, tornata in s, gettate le braccia al collo del marito, si
sentiva a rinascere, piangeva, rideva, non sapeva esprimere i suoi
sentimenti che ripetendo quel caro nome:

--Alberto! Alberto!

Emilio, sbalordito, stette un momento immobile per terra: poi cominci
a sollevarsi del tronco, puntando una mano sullo spazzo. Innanzi a lui
i due sposi abbracciati teneramente si baciavano.

Una rabbia, un furore inesprimibile si dipinse sulla figura di quel
tristo; la faccia lacerata dalle unghie della donna e gocciante
sangue, le guancie d'un rosso cupo e gli occh che mandavano lampi di
malvagit feroce, la schiuma che gli imbiancava la bocca fremente, lo
rendevano orribile a vedersi. N anco Cesare che s'avanzava in ajuto
del cognato, lo riconobbe.

Emilio, sostenendosi sempre colla mano sinistra, colla destra lev di
tasca la rivoltella, e la punt verso il gruppo di Matilde e di
Alberto; ma non ebbe tempo di far fuoco, ch Cesare, venutogli di
dietro senza ch'egli se ne accorgesse, di colpo gli afferr con tutte
e due le mani il polso, e il projettile deviato dalla scossa and a
piantarsi nel soffitto. Stringendo forte il braccio del cugino, Cesare
gli fece cader l'arma di mano, e ratto se ne impadron. Allora Emilio
si volse, invelenito, a quel nuovo avversario, e Cesare lo riconobbe.

--Emilio! esclam. Tu!

Emilio s'alz lentamente: sotto le righe di sangue che gli solcavano
la faccia, sotto le chiazze di cupo rossore che stavano sulle sue
guancie, la carnagione giallognola era diventata verde.

--Emilio! ripet Alberto attonito, volgendosi verso di lui. Possibile!

Il tristo lev con risoluzione la testa, e rispose impudentemente:

--S, sono io... Tu mi hai rapito la mia felicit, e io ho voluto
contaminare la tua.

--Ah! sciagurato! grid Alberto minaccioso, facendo un passo verso di
lui.

Matilde lo trattenne al suo amplesso.

--Lascialo nella sua infamia! gli disse. Dio, che t'ha condotto a
tempo a salvarmi, lo punir meglio di quanto potresti far tu.

--Bene, s! disse ghignando. Ti aspetto al giudizio di Dio, Alberto
Nori. Io ti ho fatto il pi fiero oltraggio che possa un uomo: tu mi
hai percosso... qui sulla fronte... Per questo non c' perdono, non
c' oblio... Tu mi devi odiare, io ti odio... Ti odio fin da quando
eravamo in collegio... Gi d'allora Dio ha punito la tua tracotanza
per la mia mano... che ti ha spaccata la fronte con una pietra.

--Ah! fosti tu!

--Il mio odio, covato nel pi profondo dell'anima, s' accresciuto...
da far spavento a me stesso.

Alberto riusc a liberarsi da Matilde, fu sopra al suo insultatore, e
colla robustezza della sua mano, cacciatagli sulla spalla, lo fece
curvare a terra.

--Miserabile! gli disse. Dovrei schiacciarti come una vipera
introdottasi nel seno della mia famiglia... Dovrei...

Lev la mano poderosa sul capo del tristo chinato innanzi a lui.
Matilde venne a fermargli il braccio.

--No, Alberto! Non macchiarti al contatto di quel vigliacco.

--Vigliacco!... esclam Emilio. Sia pure... Anche degli insulti di tua
moglie, Alberto, hai da rendere ragione... E me la renderai... Non in
questa ignobile gara facchinesca, in cui sei facilmente maestro: ma
lealmente, in pieno giorno, faccia a faccia, colle armi alla mano...

--Oh, no! grid Matilde, che ricord tosto l'infallibile perizia di
tiratore, che rendeva sicura la vittoria ad Emilio; no, egli 
indegno.

Ma Alberto la interruppe:

--Di ci non  questo il luogo, n il momento di parlare... Per ora
colui non ha che da levarsi dagli occh nostri. Cesare, tu bada
ch'egli esca, e chiudigli l'uscio alle spalle.

Emilio fece il suo ghigno, cos perfido, cos insultante, che in
Alberto si riaccese il furore da quasi levargli la ragione.

--Oh, digli che parta! url terribilmente, o ch'io non mi trattengo
pi, e lo schiaccio come un verme.

Emilio s'avvi lentamente; quando fu sulla soglia si volse:

--A domani! disse, e part.




XVI.


Quando Alberto ebbe udito i particolari del tentato delitto di Emilio,
fu assalito da tanto sdegno, che si pent di non averlo addirittura
strozzato, quel mostro; protest che ogni maggior vendetta sarebbe
stata poca a tanta scelleraggine, e giur che il domani l'avrebbe
ammazzato come un cane.

Allora fu un altro strazio, un altro sgomento per Matilde. Alberto
contro Emilio camminava ad una morte sicura: era la felicit, era la
vita di tutta la famiglia che venivano tronche. Supplic essa,
scongiur con lagrime, convulsa, impazzita, perdendo i sensi. Che un
essere come Emilio era indegno di avere a fronte un uomo d'onore; che
si doveva disprezzarlo, che ben altri doveri pi sacri comandavano ad
Alberto di astenersi da quel duello; ad Alberto marito e padre. Non
pensasse pure a lei... Essa sarebbe morta di dolore senza fallo, nulla
le avrebbe impedito di seguirlo nella fossa; ma pensasse ai figli,
bambini tutti, che sarebbero rimasti al mondo senz'altro sostegno che
uno zio troppo giovane e il nonno vecchio e malaticcio. E ancora,
questi avrebbe egli resistito a una s fiera catastrofe? alla perdita
del genero e della figliuola?... Tutte queste ragioni torturavano il
cuore d'Alberto; ma il suo giusto furore era troppo perch egli
potesse accogliere l'idea di lasciare impunita la iniquit di quel
traditore.

--E poi, egli soggiunse, credendo con ci convincere Matilde
dell'assoluta necessit d'uno scontro. Tu l'hai udito! Se non vado io
da lui, sar egli che mi chiamer sul terreno; e vorresti tu ch'io
commettessi la vilt di rifiutarmivi?

--No, non  vilt! esclam la donna. Sar anzi forza di carattere...

--Egli  capace di provocarmi in modo da farmi spregevole in faccia
alla gente...

--Quando la gente sappia...

--Oh no, per Dio!... La gente non ha da saper nulla. Tutto questo deve
rimaner sepolto fra di noi. Lo voglio ad ogni modo... E di resistere
alle sue provocazioni no, non me ne sento la virt. Per quanto ti
promettessi, sotto un suo insulto, giuro al cielo! il sangue mi
bollirebbe nelle vene... e... e forse mi perderesti tu stessa la
stima, se cos non fosse.

Matilde si attacc ad una lieve speranza che le parve si
presentasse...

--Or bene, sia... Provocato ancora... capisco... ma se egli non
facesse pi un passo, se invece si allontanasse...

-- impossibile...

--Chi sa!... Io pregher tanto il buon Dio... Se ci fosse, promettimi
che tu non cercherai altrimenti di lui... Oh, promettimelo, per
l'amore che ti porto, pel nostro tanto amore... per l'amore de' tuoi
figli...

Alberto, commosso, spaventato sopratutto dagli accessi di convulsioni
e dagli svenimenti che seguivano gli scongiuri respinti della povera
donna, fin per cedere e promettere.

Era giunta l'alba: il vecchio Danzno, trasportato sul suo letto dal
figliuolo e dal genero, continuava nel suo letargo; tutte quelle ore
passate di spasimo avevano affaticato all'estremo Matilde; la promessa
strappata finalmente al marito era riuscita da ultimo a quietarne
alquanto l'animo.

Ella non sapeva come; la sua mente confusa e il cervello stanco non
potevano per allora suggerirgliene un modo, ma in nube aveva l'intima
speranza che essa avrebbe potuto ottenere l'intento: Emilio
s'allontanasse, e tutto fra lui ed Alberto fosse finito. Ai primi
raggi del giorno, ella s'addorment.

Il marito la guardava con profondo intenerimento nell'anima e le
lagrime negli occh.

--Povera donna! egli pensava. Potesse almeno dormire finch io le
ritorni sano e salvo!... Ma ritorner io?... pi facilmente no!

Un grande scoraggiamento lo invase, una gran debolezza gli occup il
cuore. Solo con s stesso, in presenza di quell'amata donna che
dormiva, presso a' suoi figli, che dormivano ignari del pericolo che
incombeva sulla famiglia, tutto il suo solito coraggio svan; egli
ebbe paura.

Poi tosto un nuovo e maggiore sdegno venne a risollevarne l'animo.

--Ma  possibile,  permesso che uno scellerato riesca a turbare la
quiete, a minacciare l'esistenza d'un'onesta famiglia, e che la vita
d'un marito, d'un padre, la sorte e l'avvenire di innocenti creature
abbiano ad essere in bala d'un mascalzone qualunque? Dove sarebbe la
giustizia di Dio?

L'occhio suo si pos pi intensamente affettuoso sul dolce viso della
moglie addormentata. Ogni traccia d'inquietudine era passata da quei
leggiadri lineamenti, e un lieve sorriso aleggiava sulle labbra
semiaperte.

--Sar meglio, disse Alberto a s stesso, che io m'allontani mentre
essa dorme. Al suo risveglio nuove lagrime, nuove preghiere a
trattenermi, commuovermi, indebolirmi. Andiamo.

In quella, Cesare cautamente mise il capo dentro dell'uscio. Alberto
gli fe' cenno di non inoltrarsi, e s'affrett a raggiungere il cognato
nell'altra stanza.

--Che cosa c'? gli domand.

E Cesare gli porse un bigliettino, che disse essergli stato rimesso
allor allora dal servo del Lograve.

Alberto lo prese e lo lesse.

    _A Cesare Danzno_,

Le brighe, come quella che ora passa fra me e il signor Nori, mi
piace finirle presto. Aspetto senza ritardo Cesare Danzno colle
istruzioni del signor Nori, cos che tra un'ora tutto sia finito.


--Ebbene? domand Cesare, quando Alberto ebbe letto.

--Ebbene, rispose Alberto, vacci subito, e accetta tutte le condizioni
che egli proporr, quando, s'intende, non sieno pi vantaggiose per
lui. Io esco subito di casa, e t'aspetter colla risposta presso al
pilone di San Giacomo. Fa di stabilire l vicino, che  luogo isolato,
dove a quest'ora non passa anima viva, il terreno dello scontro.

Cesare, di gran malavoglia e con molta agitazione nell'anima, si rec
presso Emilio.

Alberto rientr pian piano nella camera, and a dare uno sguardo
ancora ai figli addormentati, di cui lievemente, ma con crudele
strazio del cuore, baci la fronte, e diede poscia anche a Matilde un
bacio leggiero leggiero, in cui per c'era tutta l'intensit del suo
affetto; pass nel suo studiolo, dove s'arm d'una rivoltella a sei
colpi, carica, e si avvi lentamente verso il pilone, dove aveva dato
convegno a Cesare.

Emilio neppure non aveva passato sopra un letto di rose le ore che
avevano tramezzato fra la sua uscita dalla villetta e l'invio del suo
biglietto a Cesare. L'ira e la umiliazione della sua sconfitta, la
vergogna delle ricevute percosse ne avevano ancora accresciuto l'odio
e la smania della vendetta. Non aveva chiuso occhio, non aveva neppure
provato a gettarsi sul letto, nemmeno seduto non aveva potuto stare;
un'agitazione febbrile gli concitava muscoli e nervi, cuore e
cervello. Aveva passeggiato su e gi, bestemmiando, imprecando,
minacciando, si era compiaciuto di passare in rivista una per una
tutte le sue rivoltelle, delle migliori fabbriche inglesi, eccellenti,
infallibili tutte nella sua mano esercitata. Quante volte aveva
spianato or l'una or l'altra a mira, imaginandosi d'aver a giusta
distanza l'odiatissimo avversario, ed aveva fatto un sogghigno di
trionfo nella certezza di gettarlo a terra col cranio fracassato!

Il tempo gli tornava lungo e pesante, maledisse gli indici
dell'orologio che camminavano cos lentamente; mand un'esclamazione
di gioja, quando vide alla fine una striscia bianca all'orizzonte
annunziare la venuta del giorno. Scrisse sopra un foglio di carta una
dichiarazione (e vedremo presto quale), poi il biglietto che mand
subito a Cesare, e stette aspettando impaziente.

La faccia di Emilio, di color verzigno, corsa dalle righe sanguigne
delle graffiature, era cos contratta, che a Cesare fece quasi
ribrezzo e poco meno che paura.

--Che cosa avete da dirmi? domand asciuttamente Emilio ritto presso
la tavola su cui erano il foglio scritto poc'anzi e le armi.

--Che Alberto accetta qualunque condizione, rispose Cesare, per quanto
grave essa sia, purch non a svantaggio d'uno degli avversar.

--Va bene. Ci batteremo subito.

-- appunto l'intenzione di mio cognato. E anzi questi  gi andato ad
aspettare presso il pilone di San Giacomo.

--Benissimo: il luogo  adattissimo e ci batteremo col. Sentite!
Perch le armi sieno uguali, voi sceglierete fra tutte queste, che
sono compagne, quella che vi parr la migliore, e la porterete a... al
vostro primo. Armato ciascuno di una di queste rivoltelle a sei colpi,
ci metteremo, lui al pilone, io al ponte del torrente. Di l, a un
segnale che darete voi, ci cammineremo incontro colla facolt di
sparare i nostri sei colpi quando e come ci piacer, e di avanzarci
tanto che, se nessuno cade, arriviamo a metterci la canna al petto e
sparare a bruciapelo. Se uno dei due, soggiunse col suo selvaggio
sogghigno, potr tornare a casa co' suoi piedi sar stato ben
fortunato... Vi va?

Cesare, perplesso, confuso, con un grande turbamento nell'animo e nel
cervello, stette l, senza sapere che rispondere. Egli non era
abbastanza esperto, e non aveva bastante freddezza di mente per vedere
come un gran vantaggio vi fosse per Emilio in quei patti. La distanza
in cui si dovevano porre i duellanti era fuori del tiro delle
rivoltelle, camminando l'uno verso l'altro gli avversar sarebbero
entrati poi nel campo del tiro; ora Emilio, dall'occhio praticissimo a
misurare le distanze, appena Alberto sarebbesi trovato al punto da
poter essere colpito, merc la sua sicurezza di mira, l'avrebbe
fulminato; mentre Alberto, se avesse pure voluto sparar prima, non
avrebbe fatto che sciupare il suo colpo.

--E voi? riprese Emilio, dopo avere aspettato un minuto. Avete pur
detto che... colui avrebbe accettato ogni condizione!

--S,  vero, balbett Cesare, ma...

E l'altro, senza lasciarlo continuare:

--Non avremo altro testimonio che voi. Credo che piaccia anche al
vostro rappresentato che non ci ficchino il naso persone estranee. E
siccome, se mai uno di noi n'esce salvo, pu avere delle noje dalla
giustizia, io ho pensato di redigere questa dichiarazione, cui
ciascuno di noi si metter in tasca, e che salver da ogni fastidio il
superstite. Sentite!

E lesse:

Per motivi miei particolari, che saranno sempre un segreto per tutti,
e che prego tutti di non volere investigare, io mi trovo spinto a
uscire di questa vita. Dichiaro che nessuno deve incolparsi della mia
morte, e prego di perdonarmi coloro a cui questa sar un dolore.

--Il signor Nori scriver questa dichiarazione tale e quale, ci
metter la data colla sua firma, come ho fatto io, e la terr in tasca
al pari di me. Il cadavere di colui che cadr sar lasciato l sul
posto, e quando sar raccolto presso la giustizia questo scritto far
il suo effetto.

Cesare stette un po' a pensarci, penosamente imbarazzato.

--E se ci rimanete tutt'e due?... disse poi.

--Eh, allora, rispose Emilio col suo solito sogghigno, tu che sarai il
solo superstite cercherai il modo d'aggiustarla, e il fisco non potr
d'altronde molestare nessuno dei due.

Cesare scosse tristamente il capo.

--A una cosa simile non si  affatto pensato, e io non so se Alberto
sia disposto ad acconsentire. Bisogna assolutamente ch'io gliene
parli.

Emilio croll impazientemente le spalle.

--O mio Dio! che scrupoli fuor di luogo. Il signor Nori dev'essere
contento ancor egli di cosa che lo mette al sicuro da una
responsabilit piuttosto grave... Ma sia come volete... Per non perder
troppo tempo, facciamo cos: portate la dichiarazione al signor Nori;
s'egli non affaccia nessuna difficolt, la ricopia, la firma, e se la
ritiene. Se rifiuta, voi verrete subito a dirmelo, e io allora lo
inviter a passare la frontiera ed andarci ad ammazzare in Isvizzera.
Sono le sei: aspetter fino alle sei e mezza: se non siete venuto,
vuol dire che mi aspettate senz'altro al luogo del convegno, e io mi
vi recher sollecitamente.

--Va bene, rispose, accennando ad avviarsi Cesare, il quale non vedeva
l'ora di esserne fuori.

--E non prendete copia della dichiarazione?

--Ah!  vero.

Cesare sedette al tavolino per iscrivere; ma la mano gli tremava
talmente che le parole gli riuscivano sgorbi poco intelligibili.

--Aspettate che ve la scrivo io pi in fretta, disse Emilio, ghignando
a suo modo.

E in due minuti, con mano ferma egli ebbe scritto quelle righe, che
consegn a Cesare.

--E intanto, soggiunse, potete prendere l'arma pel vostro mandante.

Il cognato d'Alberto ne esamin due o tre, tanto per avere l'aria di
fare una scelta; poi ne prese una che si mise in tasca.

--Ricordatevi! gli grid Emilio, mentre Cesare stava per varcare la
soglia. Se non siete tornato prima, io alle sei e mezza sar al ponte;
il signor Nori dovr trovarsi al pilone. Scorretto chi ritarda; vile
chi manca! A rivederci.

E volgendo le spalle a Cesare che partiva, egli rientr nel salotto.

Cesare s'affrett a raggiungere il cognato che gi stava aspettando al
pilone. A tutta prima Alberto non trov obiezioni da fare alle
proposte dell'avversario, e parve anche a lui che quello della
dichiarazione fosse un prudentissimo partito per tenere nascosto alla
gente il dramma domestico, per togliere dalle peste il superstite dei
duellanti. Ma dove andare a scriverla quella dichiarazione? A casa no,
perch sarebbe andato incontro a quella scena di separazione
straziante da Matilde, ch'egli voleva assolutamente evitare. La casa
pi vicina, di cui si potesse prevalere, era quella del parroco:
Alberto decise di correre col a preparare il documento.

--Tu rimani qui, disse al cognato. Spero fare in tempo da tornarmene
prima che quell'altro arrivi; ma se mai dovessi tardare, tu sarai qui
a spiegargli la mia assenza e assicurarlo che non avr molto da
attendere.

Cos fu fatto. Cesare rimase di sentinella al pilone, e Alberto
s'avvi di buon passo verso la casa del parroco. Giunto col, dovette
aspettare un poco prima che la serva, allor allora alzatasi, venisse
ad aprirgli; poi, quando fu venuta, fatte le cento meraviglie per
quella visita cos mattutina, la buona donna disse che il suo padrone
era ancora a letto, anzi ella credeva dormisse, ma che il signor Nori
avesse la bont d'aspettare, ed ella sarebbe andata tosto ad avvertire
il padrone, svegliandolo, se occorreva. Alberto non ebbe poco a dire
per farle comprendere che era inutile svegliare il sor prevosto, al
quale egli non aveva nulla da comunicare, che desiderava solamente
avere un pezzo di carta, penna e calamajo per iscrivere quattro righe
per una certa sua bisogna di premura, la qual cosa egli avrebbe potuto
fare senza disturbare nessun altro, quando essa, la serva, lo
introducesse un momento nello studiolo del padrone.

Era quindi passato pi d'un quarto d'ora, quando Alberto pot sedere
alla scrivana parrocchiale e cominciare a scrivere: ma rileggendo
cos pi attentamente, come richiede l'azione del ricopiare, quella
dichiarazione, Alberto non la trov pi cos accettabile, anzi gli
parve che e la scritta in s stessa, e i termini in cui era redatta,
non convenissero affatto.

--Tutti sanno la felicit di cui godo, pens, tutti conoscono l'amore,
la pace che regnano nella mia famiglia, le fortunate condizioni che ci
permettono un'agiata esistenza. Quali ragioni particolari potrei avere
da odiare la vita che tanto mi sorride? O non sar creduto, o si
giudicher, che questa mia felicit  un inganno e che io la smaschero
colla pi orribile smentita. Getter ancora una nota di biasimo alla
mia adorata Matilde, agli adorati figli miei. Insieme al crudele
dolore che cagioner loro, lascer ad essi per ultimo addio un
rimprovero che procurer a quei cuori amorosi un immeritato rimorso. E
ci per salvare dagli impicci quel miserabile? Oh, no, mai, mai!

S'alz risoluto, stracci in minutissimi pezzi e il foglio che gli
aveva rimesso Cesare e quello che egli aveva gi scritto, e fece per
partire: ma ecco sulla soglia dello studiolo medesimo fermarlo,
sopraggiungendo, il parroco.

Alla serva era parso un troppo gran fallo lo avere introdotto in casa
un signore di quella sorte e non avvisarne il padrone, cui ella sapeva
aver tanta deferenza per quel signore: e il parroco s'era affrettato a
vestirsi per correr gi a complimentare il mattiniero suo parrocchiano
e offrirgli i suoi servig. Alberto dovette impiegare dieci buoni
minuti per dire al buon prete quel ch'era venuto a fare e che aveva
gi fatto e per cui lo ringraziava, e se ne partiva senz'altro, avendo
un affare di premura da sbrigare. Ma s! Alla virt capitale del
parroco pareva una colpa il lasciare partire il signor Nori cos a
bocca asciutta: ed ecco offrirgli caff e rosol e ogni fatta di
bibite, e ripetere e trattenerlo con quell'insistenza che dai
campagnuoli  creduto debito di cortesia, cos che quando Alberto pot
liberarsene e lasciare la canonica, guardato l'orologio, vide che le
sei e mezza erano passate da cinque minuti.

Corse al luogo del convegno e respir vedendovi Cesare solo. Emilio
non s'era ancora veduto.

--Or bene, va tosto da lui, disse Alberto affrettatamente al cognato,
e digli che della sua dichiarazione io non ne voglio assolutamente
sapere. Preferisco andare a battermi in Isvizzera. E riportagli la sua
rivoltella, che non me ne voglio servire. Ne ho una anch'io di sei
colpi, e preferisco d'usare la mia. Va, e fa presto; ti aspetto sempre
qui.

Cesare part di buon passo e Alberto si diede a passeggiare su e gi
dal pilone al ponte, trovando eterni i minuti che passavano. E ce ne
passarono in verit molti pi di quello che Alberto si aspettasse,
tanto che l'orologio, dicendogli trascorsa omai mezz'ora, smarrita la
pazienza, egli stava per abbandonare il posto e andare a vedere che
cosa fosse successo, quando vide Cesare che tornava correndo: ma egli
era solo.

--E cos? gli grid Alberto appena Cesare fu a un punto dove gli
arrivava la voce. Che cosa risponde?

Ma Cesare, affannato, con segni vibrati che supplivano alle parole,
cui per lo strafiato non poteva profferire, gli fece intendere che
qualche cosa di nuovo era capitato, e qualche cosa di grosso, per cui
egli era tutto sossopra.

--Che cosa c'? Che cos' stato? domand Alberto ansiosamente.

--Ah! vieni, vieni subito, gli disse Cesare. Matilde ha preso male.

--Matilde! esclam Alberto turbatissimo.

--S. Ha delle convulsioni... del delirio... dice parole che non si
capiscono... ti chiama...

Alberto si mosse tosto con impeto: ma poi si ferm.

--E quell'altro?

--Ah! non l'ho visto.

--E se viene?

--Non credo che verr.

--Perch?

Vieni, vieni ti racconter.

E andando tutt'e due di buon passo verso casa, Cesare raccont come,
arrivato alla vista della villetta e del palazzotto, aveva visto
Matilde che vacillante stava per entrare in casa, quando, assalita da
subito malore, cadeva sulla soglia... Egli era corso a sollevarla, e,
ajutato dalla cuoca, che a forza di chiamare aveva fatto accorrere,
l'aveva trasportata sul letto svenuta. L, pei soccorsi prestatile,
dopo un poco Matilde era tornata alla vita, ma non in cognizione,
perch vaneggiava con isconnesse, incomprensibili parole, chiamando
tratto tratto con istraziante voce di preghiera il marito. Cesare
aveva pensato necessario il venire ad avvertire Alberto senza indugio.
Quanto a Emilio, aggiungeva, dovergli essere sopravvenuto qualche cosa
perch uscendo di casa egli aveva udito il domestico mandare
esclamazioni di meraviglia e di spavento e domandare ajuto, ma Cesare
affermava di aver troppa premura di venire dal cognato per fermarsi a
chiedere che cosa fosse avvenuto.

I due cognati arrivarono correndo alla villetta e furono di balzo
nella camera di Matilde.

Alla voce del marito che la chiamava, la giacente si riscosse, apr
gli occh, la luce dell'intelligenza torn a brillare in essi; ed
esclamando con immenso affetto:--Ah! mio Alberto, mio Alberto! essa
gli gett le braccia al collo e ruppe in un pianto dirotto da cui ebbe
subito grandissimo sollievo.




XVII.


Emilio, quando Cesare si fu partito da lui, ordin al servo di andare
al villaggio a far allestire il carrozzino, perch fra un'ora al pi,
egli sarebbe partito, poi, rimasto solo in casa, egli fin di
preparare una sua valigetta, si pose in tasca tutti i denari e i
valori, e visto che mancavano appena dieci minuti alle sei e mezza,
prese sulla tavola del salotto la rivoltella che gi aveva sceverata
dalle altre, e si mosse per uscire. Ma sulla porta s'incontr in una
donna che entrava impetuosa. Era Matilde.

Svegliatasi poco dopo la partenza d'Alberto, la misera donna stette
dapprima in un momento di fortunato oblo di quanto era avvenuto; poi
la mente ancora confusa travide la funesta verit, ma annebbiata
ancora, ed essa si domand se era un angoscioso sogno che avesse
fatto, oppure una crudele realt. Aim! il dubbio non dur a lungo. Il
sentimento della brutta realt invase ad un tratto, quasi con
violenza, l'animo della poveretta; essa sorse a sedere sul letto:
gettandosi le mani alla fronte e chiamando con voce tremula per
angoscia e paura: Alberto! Alberto! Nessuno rispose. Matilde volle
scendere dal letto; ma si sent cos fiaccata, che si persuase non
avrebbe potuto reggersi in piedi. Afferr il cordone del campanello e
suon. Le altre mattine Lisa era sollecita ad accorrere, quel giorno
nessuno venne. Matilde torn a suonare parecchie volte con crescente
forza finch riusc a scuotere la cuoca nella lontana cucina e la fece
accorrere al letto della padrona.

Questa apprese cos che la Lisa e Battista non si trovavano da nessuna
parte, che all'alba era venuto il servo del signor Lograve con un
biglietto pel signor Cesare e che poco dopo i cognati erano usciti
insieme. Dov'erano andati?--Ah! la cuoca non lo sapeva, perch dalla
sua cucina non aveva potuto vedere da qual parte si fossero diretti.
Matilde mand un gemito. Era certo che la provocazione era venuta con
quel biglietto di Emilio, e che il duello doveva aver luogo, forse
succedeva in quel momento, forse gi era avvenuto!

Questa idea, questa terribile paura le ridiede un poco di forza. Si
butt gi dal letto, si fece ajutare dalla cuoca a vestirsi, che da
sola non avrebbe potuto. E intanto la sua testa faticosamente,
penosamente lavorava.

Maledizione a quel sonno che l'aveva tenuta inerte, mentre avrebbe
potuto agire. Agire? Ma come? Che cosa avrebbe essa potuto fare per
impedire il passo fatto da Emilio? Le pareva che parlando con Alberto
un'idea per ci le si fosse affacciata: ora quest'idea di cui sentiva
pure come una traccia nel cervello, si rifiutava di lasciarsi
rievocare, appariva appena, vaga, inafferrabile e svaniva in un bujo
che faceva smarrirsi quel povero spirito doloroso. Ma e ora che cosa
era da farsi? forse si battevano... Dove?... Oh saperlo!... Bisognava
scoprirlo, indovinarlo... Ella si sarebbe gettata l in mezzo a loro,
avrebbe fatto riparo di s al padre de' suoi figli. No, non l'avrebbe
lasciato ammazzare. Ma dove andare? e sola, svigorita come si sentiva?
Se suo padre potesse ajutarla!... Ma sarebbe stato necessario
apprendere tutta la brutta verit a quel povero vecchio malaticcio,
che ne avrebbe chi sa quanto sofferto! Matilde ricord a tal punto il
soporifero dato al convalescente da Emilio, e sent rimorso di non
averci pensato prima. Si trascin nella camera di suo padre. Questi
svegliavasi appunto allora; disse aver dormito sodo, ma di un sonno
pesante che parevagli averlo stancato pi che sollevato, e che gli
aveva lasciato il capo confuso, il cervello come vuoto, la bocca
allappata, lo stomaco oppresso.

Matilde si convinse viepi che da quel poveretto non poteva sperare
ajuto nessuno, e che era obbligo di carit il tacergli affatto ogni
cosa. Si tolse, con grande pena di lui, dal letto del padre e pass
nella camera dei figli che dormivano ancora tutti tranquillamente: la
loro vista le fece sentire pi forte, pi imminente la necessit in
lei di agire. Per la finestra aperta vide nel salotto a pian terreno
del palazzotto Emilio presso alla tavola su cui stavano parecchie
rivoltelle. Ah, fortuna! Egli era ancora in casa; s'era ancora in
tempo. Matilde si gett sulle spalle il primo mantelletto che le
capit sotto mano, e corse al palazzotto.

--Tu qui, Matilde! esclam Emilio, arretrandosi d'un passo per lo
stupore.

Matilde non rispose; entr, prese a un braccio Emilio e con forza
superiore alla sua solita, che la disperazione dava alle sue membra un
poco prima sfinite, lo trasse nel salotto, dove stette innanzi a lui,
ansimante, premendosi colla mano il cuore che le batteva da rompersi.

--Che cosa vuoi? le chiese ruvidamente Emilio, che sentiva ancora al
cospetto di lei la vergogna dei trattamenti subiti dal marito di essa.

--Tu vai ad assassinare Alberto, diss'ella con voce soffocata.

Un infernale sogghigno di trionfo si disegn sulle labbra di Emilio.

--Vado a vendicarmi!

Il petto oppresso da una inesprimibile angoscia, la gola serrata da
non poter parlare, Matilde strinse forte il braccio di lui, e,
scuotendo il capo, fiammeggiando dagli occh, non pot pronunziare che
un monosillabo:

--No! no!

Emilio liber violentemente il suo braccio.

--Ah no? proruppe coll'impeto de' suoi pessimi istinti, della sua
furente passione, del suo malvagio talento. Ah no?... E chi me lo
impedir?... Tu forse?... Puoi tutto su di me, fuor che questo: tu la
cagione dei miei pi forti dolori, della infelicit della mia vita...
Ti ricordi quando sono venuto a pregarti, a metterti ai piedi l'anima
mia, e tu mi hai crudelmente con tanto disprezzo respinto?... Tu
potevi far di me non solo un uomo felice, ma buono, migliore di tanti
a cui il difetto di malvagit non  che un difetto di passione e
d'intelligenza; hai voluto invece rendermi disgraziato, invidioso,
odiatore di tutto e di tutti... e della vita, e fin di me stesso...
Pensa qual odio si  accumulato in me contro chi si godeva quel bene
ch'io non potei conseguire! Te lo dissi allora: guai se ad alcuno di
quell'amore che a me neghi cos oltraggiosamente: tu mi rispondesti
che non mi temevi, che l'uomo da te amato bene avrebbe saputo
difendersi dall'odio mio... Ebbene, vediamolo!... Si difenda! Vita
contro vita; egli, sorretto dal tuo amore, io dal mio odio; a lui, se
vincitore, in premio il tuo amplesso; a me le tue lagrime.

Mentre egli parlava, in Matilde s'era venuta un poco quietando
l'agitazione del sangue e dell'animo; essa pot a sua volta trovar le
parole, e cominci a dire con voce debole, ma vibrante di profonda
emozione:

--Se il tuo odio volesse appagarsi solamente delle mie lagrime e del
sangue dell'uomo che tu odii, il che vuol dire anche del mio, perch a
quell'uomo io non sopravviverei...

Emilio fece un atto fra d'ira, di minaccia e di crudelt.

--No, non gli sopravviverei, ripet essa con pi forza. Se tu ti
soddisfacessi della morte di lui, e mia, sarebbe un'opera iniqua,
scellerata, ma che si pu comprendere. Il tuo odio invece vuole
colpire, pi ancora di quelli che odii, degli innocenti che nulla ti
hanno fatto, e tale che anzi pu vantare titoli alla tua
riconoscenza...

--Chi? domand aspramente Emilio.

--Chi?... E i miei figli?... E mio padre?

--I tuoi figli?... Sono sangue suo; li odio al pari di lui.

--E mio padre?... Egli ti fu amorevole padrino, ti difese
nell'infanzia...

Emilio la interruppe.

--Ha fatto troppo poco, perch io ora sacrifichi per lui quell'unica
cosa che mi rimane cara al mondo, la mia vendetta, perch io vada a
farmi uccidere...

--Uccidere?... Ah no!

--E che cos'altro sei tu venuta a domandarmi, se non questo? Che io
vada ad espormi alle palle di colui senza cercare da parte mia
d'offenderlo; in breve, che mi lasci ammazzare come un stupido... ch
non sarei altro.

--Ti domando invece di non andarci, disse in fretta Matilde.

--Come? interrog Emilio, quasi non avesse capito.

--S, rispose ella, ti domando di non andare a questo orribile duello.

--Ma sei matta!... Mi domandi ancora peggio di quel che credevo... Che
tu, sapendomi sicuro del mio colpo, fossi venuta a pregarmi di
restituirtelo azzoppato, ma vivo, colui,  una temerit a cui non
posso far buon viso, ma che posso tollerare: ma venirmi a dire che,
per salvare lui, io mi macchii d'una vilt...

--Nessuno ti potrebbe accusare.

--E io?... E lui?... Oh donne, donne, che credete tutto il mondo debba
cedere ai vostri desider!... Ma tu hai dunque obliato quanto 
successo, quanto hai visto tu stessa cogli occh tuoi?... Io sono
stato assalito brutalmente, con prepotenza percosso nel modo pi
oltraggioso, tanto che nessuno, fosse pure un santo, lo potrebbe
perdonare; ne richiedo, com' mio diritto, la riparazione, e quando
questa mi si dovrebbe dare, io mancherei, fuggirei?... Oh per Dio!...
tu hai l'audacia di domandarmi addirittura l'impossibile.

--Emilio! Emilio! esclam Matilde stringendo le mani quasi in atto di
preghiera, e mettendo nella sua voce una intonazione pi calda.
Nessuno, ti ripeto, potrebbe accusarti... Io ti difenderei... Ogni
anima bennata... che dico?... Tutti, tutti riconoscerebbero in questo
un atto di generosit, un atto di cui la tua anima deve pure essere
capace... Pensa che avresti una riconoscenza eterna in me, ne' miei
figli, che ti benediranno e pregheranno per te tutta la vita... Oh, ci
deve pur essere nel tuo cuore una fibra che si commova al pensiero di
essere benedetto come il salvatore d'una famiglia!... Pensa al tempo
in cui ti sar sopraggiunta la vecchiaja, in cui s'accoster il giorno
della morte. Non sai tu che il pensiero del male che avrai commesso ti
affanner le ultime tue ore? che vedrai i fantasmi delle tue vittime
apparirti ad imprecare e maledire? Invece il ricordo della generosa
azione ch'io ti domando, ti sar di conforto e di speranza!...

Parve a questo punto a Matilde di vedere dileguato dal volto del
cugino quel sogghigno scettico e ironico con cui egli aveva ascoltato
fin allora le parole di lei e un'ombra di commozione manifestarglisi
negli sguardi. Era invece che la emozione della giovane donna dava
alla bellezza di lei nuove attrattive, nuovo splendore, e, a dispetto
di tutto, ridestavasi in lui la fiamma della concupiscenza.

Essa, illusa, gli si fece pi presso, gli prese le mani; pensando ai
figli, la madre super ogni ripugnanza, ogni rancore, ogni disprezzo
per quell'uomo, e con voce piena di supplicazione, quasi d'affetto,
continu:

--O Emilio!... Per tutto quello che c' di pi sacro sulla terra, per
l'anima tua, se tu possa esser lieto e felice, non rigettare una
povera madre che t'implora... Io sono stata sdegnosa e superba teco...
Vuoi che mi umilii a te dinanzi? Eccomi a' tuoi piedi! Abbi piet di
me, abbi piet di mio padre, abbi piet de' figli miei!

E si gett ginocchioni, tenendolo sempre per le mani, sollevando verso
di lui quel suo bel viso acceso di commozione, di desiderio, di
speranza, que' suoi occh splendidi, pieni di tanta luce, di tanto
amore. Era, in quell'atto, cos potentemente bella, che tutto il fuoco
della passione in Emilio divamp, divenne irresistibile. Egli si chin
verso di lei, gli occh fiammeggianti di libidine, le labbra tumide e
frementi; l'afferr alla vita per sollevarla a s, e balbett con voce
rotta dalla intensit della passione:

--Ebbene, s... se vuoi!... Egli mi aspetti l... invano... e tu
compensami col tuo amplesso.

Per Matilde fu come se vedesse a un tratto drizzarlesi innanzi il capo
d'una vipera. Balz in piedi, si sciolse bruscamente dalle braccia di
lui, e respingendolo da s con tutta la sua forza, esclam:

--Miserabile!... miserabile!... Mi fai ribrezzo ed orrore!...

Successe un momento di silenzio. Emilio si morse le labbra fino al
sangue; poi parl con una forzata calma, forse pi iniqua della
collera.

--Sta bene!... Tu hai detta l'ultima parola del nostro colloquio...
Non puoi pi aggiunger nulla, n io voglio pi ascoltar nulla.

E siccome ella trovavasi innanzi alla porta, egli fece un cenno
imperioso perch si levasse di l.

-- tardi... ho gi troppo indugiato... Sgombrami il passo.

Essa invece, risoluta, fiera, si port all'uscio e disse, con tono di
violenza:

--No, no, non uscirai di qui... No, no, non ti lascier ammazzare il
mio Alberto.

--Lasciami andare! grid egli coi denti stretti e il furore dell'anima
negli occh.

--No!

Emilio afferr la donna per un braccio, con tutta la sua forza la
trasse via dall'uscio e per una spinta brutale la mand barcollante
nell'interno della stanza, poi s'affrett ad aprire l'uscio.

Matilde sarebbe caduta in terra se non avesse incontrato la tavola, a
cui si sostenne; la sua destra si pos sopra una delle rivoltelle che
l si trovavano; le sue dita, quasi involontariamente, ii serrarono
intorno al calcio dell'arma.

--Fermati! ella grid ad Emilio, fermati, in nome di Dio!

Egli si volse a lei col suo maledetto ghigno, e le rispose
ferocemente:

--No... e puoi contare che il tuo Alberto  morto.

Fece per partire. Matilde sollev la rivoltella che aveva
istintivamente impugnata. Che cosa successe in lei, quale coscienza
ella avesse degli atti suoi, in quel momento, non seppe pure spiegar
mai a s stessa; spar...

Emilio, che gi aveva un piede al di l della soglia, gett un gran
grido; si volse ratto.

--Mirato giusto, per Dio! esclam, e agitate le braccia, cadde lungo e
disteso sul pavimento.

Madide rimase un momento immobile, sbalordita, coll'arma in mano; poi,
capito quel che era successo, mand una esclamazione d'orrore, gett
via l'arma e s'accost al caduto.

--Emilio! Emilio!

Egli giaceva supino, e nelle pupille che vagavano incerte, veniva
spegnendosi la vita.

--Sei ferito?... Cos'hai?... ella domand, chinandosi su di lui.

Egli non di segno d'aver inteso; le sue pupille s'offuscavano sempre
pi. Siccome in lui non appariva nessuna traccia di ferita, Matilde,
bench col cuore serrato dallo sgomento, non poteva persuadersi che s
funeste conseguenze avesse quel suo atto quasi inconscio; ma ad un
tratto vide di sotto il capo del caduto spuntare e scorrere un
rivolino rosso che si venne allargando e fece in breve sullo spazzo
una pozza di sangue.

La palla aveva colpito Emilio dietro l'orecchio destro: la mano
inesperta di quella donna disperata aveva realmente schiacciata la
testa della vipera.

La vista di quel rivolo di sangue emp d'orrore e di spavento Matilde;
essa mand un grido, scavalc il corpo del caduto, e, mezzo pazza, un
tumulto nella testa, lo spasimo nel cuore, la soffocazione alla gola,
corse e venne a cadere svenuta alla porta della villetta dove Cesare
la raccolse.

                                  *
                                 * *

Il servo di Emilio, tornato a casa dopo averne eseguiti gli ordini,
trov il padrone steso per terra e che pareva morto.

Grid all'accorr'uomo, ma nessuno venne ad ajutarlo, onde egli,
trascinato, come pot, il giacente fino al sof del salotto medesimo,
non sapendo che fare, corse nel villaggio a cercarvi il medico, senza
pensare altrimenti a soccorrere il ferito, ch'egli ritenne d'altronde
per bello e spacciato.

Spirato non era: una fiammella di vita guizzava ancora in
quell'organismo, un barlume d'intelligenza rimaneva in quel cervello.
Emilio non poteva parlare, n far cenni, n dar segno nessuno, ma
viveva e sentiva di vivere, sentiva s e il mondo intorno a s: ma una
voce piccola, piccola, intima, intima, gli diceva piano piano in fondo
all'anima che quella era l'agona e che egli stava per morire.

Morire? Chi era che gli aveva richiamato poc'anzi quella brutta
idea?... Ah! era Matilde: ecco che gli pareva d'udire ancora la voce
di lei ripetergli: Non sai che il pensiero del male che avrai
commesso ti affanner le ultime tue ore? che vedrai i fantasmi delle
tue vittime apparirti ad imprecare e maledire? Delle vittime egli ne
aveva fatte parecchie: gli uccisi in duello.

.... S, ecco che venivano e lo guardavano con isdegno, sanguinosi il
petto o la fronte; e muovevano le labbra. Egli non udiva quello che
dicevano, ma erano certo parole di maledizione quelle che uscivano
senza alito di vita. Ma di sue vittime ce n'erano pur altre, pi
lontane nel tempo, ma pi vicine a lui nella vita. Chi? chi? chi?
Sapeva che dovevano comparire e ne aveva paura, e non poteva dire chi
fossero. Comparve una donnaccia vecchia, volgare, col faccione
adiposo, rosso cupo per la congestione sanguigna, furibondi gli occh
stravolti, che con voce senza suono, ma ch'egli intese perfettamente,
gli disse; Assassino! Assassino! E dietro lei un altro fantasma
ancora pi pauroso; un vecchio burbero, arcigno, colla collera e la
minaccia negli occh: suo padre, ch'egli avrebbe potuto salvare
dall'apoplessia, e non volle, e che ora sapeva tutto, e gli diceva con
quella voce di spettro: Parricida!

Emilio fece un moto, come per fuggire: ricadde: mand un gemito.

Quando il medico venne condotto dal domestico, disse:

--Non c' pi nulla da fare, il signor Lograve  morto.

Fu letta la dichiarazione scritta da Emilio: si credette ad un
suicidio, e non s'inquiet nessuno.

Matilde, guarita da una breve malattia, fu condotta in altro paese col
babbo e i figli dal marito; e a quella villetta i Nori non vennero a
scampagnare mai pi.


                                FINE.




NOTA di trascrizione: sono stati corretti i seguenti refusi:


  quell'essere vicino ad estingersi.
  avevano luogo scene violenti, disgustose, vergognose
  a prendere da altrui idee, tendenze, abitutudini,
  a chiave. Emilio stette un momento esistante
  nuovo impeto il giovane. Dimmilo francamente,
  Quella sera, entrandon el salone di casa X...,
  da ottenere la stima a l'affetto di tutti.





End of Project Gutenberg's La testa della vipera, by Vittorio Bersezio

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA TESTA DELLA VIPERA ***

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Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at https://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
https://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at https://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit https://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including including checks, online payments and credit card
donations.  To donate, please visit: https://pglaf.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.


Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.


Most people start at our Web site which has the main PG search facility:

     https://www.gutenberg.org

This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
